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Abbracciare la morte insieme ai nostri animali

Articolo pubblicato la prima volta da "Alternatives Magazine. Resources for Cultural Creativity", estate 2007, nr. 42, pag. 35

Quando andai a prendere Momo dalla dog-sitter, sembrava si trattasse solo di un po' di epistassi. In qualche modo, però, il rosso fluido che lentamente si accumulava fino a quando non veniva leccato via sembrava quasi essere un prezioso inchiostro utilizzato per avvertirmi che il beato tempo da trascorrere insieme si stava esaurendo, goccia dopo goccia.

Osservai il panico che si faceva strada dentro di me, riconobbi lo sforzo della mia mente che, con le sue tipiche maniere erudite, cercava di individuare un qualcosa che fosse rilevante per questa situazione – dopo tutto, sono una veterinaria olistica. E sì, certo, questo ha notevolmente contribuito al fatto che Momo, nonostante avesse un corpo delle dimensioni di un pastore tedesco, sia vissuta ben 17 anni; una benedizione di per sé. Bastava?

I giorni che seguirono furono contrassegnati dai miei tentativi di fermare quel crudele countdown della forza vitale che gocciolava fuori dal corpo di Momo. Indubbiamente ero grata di aver potuto trascorrere tanto tempo con lei, e no, non avrei certo cercato di trattenere la mia amata una volta che fosse giunto per lei il tempo di andare. Ma era giunto, quel tempo? Che cosa desiderava lei?

Mentalmente, esposi la situazione a Momo, volendo conoscere il suo punto di vista: era di troppo peso per lei rimanere in questo corpo, oppure voleva che l'aiutassi a stare di nuovo bene? Non ricevetti alcuna sensazione tale da farmi pensare che desiderasse l'eutanasia, e quello per me fu il segnale di via libera al ricorso a tutte le risorse rese disponibili dalla medicina moderna e da quella alternativa. Momo morì un mese più tardi, poco dopo la sua terza trasfusione di sangue.

Intellettualmente, sapevo che avevo fatto tutto ciò che potevo. Non c'era senso di colpa, solo una vaga sensazione che mi diceva che, nonostante tutte le azioni prese, avevo perso qualcosa per strada...

Ci volle più di un anno, poi un giorno mi illuminai all'improvviso: avevo trascurato l'ovvio. Nelle opzioni che avevo offerto a Momo, cioè cercare di farla stare bene oppure aiutarla a morire con l'eutanasia, mancava la terza opzione: morire semplicemente al passo coi propri tempi, senza troppe interferenze. All'istante, seppi che questo era ciò che avrebbe voluto.

Come era potuto accadere proprio a ME? Ben prima che fosse diventato di moda, già quando ero studentessa di medicina veterinaria, mi ero sempre concentrata sul cercare di considerare le situazioni nella loro INTEREZZA. Come avevo potuto fallire nel pensare al di là dei limiti convenzionali, proprio nell'ambito della mia vita personale, con il mio compagno animale? Perché mi erano venute in mente solo quelle due scelte: curare l'animale o sottoporlo a eutanasia per "sollevarlo dalle sue sofferenze"?

Fu un vero colpo misurare la profondità della mia altamente colta ignoranza. Niente, all'interno della mia ampia istruzione, prendeva in considerazione come soddisfare le particolari esigenze degli animali che vanno incontro a una morte naturale. E quello che era peggio, in tutti quegli anni di studio non avevo nemmeno notato questa fallacia nel mio curriculum. E non c'erano scuse nè consolazione nella successiva, immediata realizzazione che chiaramente, all'interno della mia professione, non ero l'unica a essere impreparata a fornire a un animale ciò che gli hospice forniscono alle persone.

Considerato che i nostri compagni animali sono ormai diventati membri a pieno titolo delle nostre famiglie, sicuramente là fuori avrei trovato libri e grandi quantità di informazioni rapidamente accessibili via internet. No?

No, non proprio. Ci siamo concentrati nello scovare mille e più modi per cercare di mantenere in salute i nostri animali e permettere loro una vita felice. La morte non è compresa nel pacchetto.

Ma la morte è proprio così inaccettabile? È davvero qualcosa da cui dobbiamo "proteggere" i nostri animali attraverso l'eutanasia (a meno che il nostro animale non sia tra quei pochi che muoiono nel sonno, come ognuno di noi spera per se stesso)? La morte non è forse un modo in cui tutti coloro che ne sono coinvolti possono prepararsi per il grande cambiamento: colui che vive la transizione in prima persona e coloro che si prendono cura dell'amato viaggiatore?

La mia esperienza con il trapasso di Momo fu per me una chiamata al risveglio. Dal quel momento, l'Hospice per gli animali è diventato la passione della mia vita. Gran parte delle ragioni per cui ricorriamo all'eutanasia cadrebbero in pezzi e svanirebbero se esposte alla luce di una ricerca più vasta, onnicomprensiva.

Quanti cani vengono soppressi solo perché hanno difficoltà ad alzarsi e a camminare? Sarebbe ancora così se tutti sapessero quanto può essere utile l'agopuntura nel migliorare questi casi? Inoltre, un cane può avere il posteriore paralizzato e tuttavia essere felice di servirsi di una sedia a rotelle per cani per andare in giro.

Forse l'animale rifiuta il cibo. Quante volte ho sentito quella frase: "SO che è venuto il momento (di fare l'eutanasia, ma questa parte della frase di solito la tralasciamo, giusto?), perché il mio animale non mangia più". Il digiuno è una fase di preparazione naturale all'interno del processo di transizione. Dall'esperienza in campo umano, sappiamo che i morenti non provano più la sensazione della fame. È un saggio procedimento naturale: il corpo sa che non è più in grado di digerire bene, inoltre, il carburante fornito dal cibo non gli servirà più.

Il punto essenziale è questo: non è la condizione fisica dell'animale a essere decisiva, ma piuttosto il suo stato interiore.

L'animale desidera ancora vivere? In un certo senso, gli animali sono fortunati. Non paragonano la loro condizione attuale con la forza e la vitalità di cui disponevano in passato. Non si concentrano su un futuro funesto nel quale non saranno mai più in grado di correre come facevano un tempo. Essi fluiscono al passo col procedere delle cose, senza porle in discussione. Di fatto, spesso affrontano il dolore in maniera piuttosto disinvolta. Il cane dei miei vicini continua a rincorrere i furgoni con lo stesso vigore, a prescindere dal fatto che il suo ginocchio gli faccia male a tal punto da non potercisi più appoggiare col proprio peso. Persino nelle ultime fasi della vita di un animale, provare dolore non significa automaticamente che venga meno il desiderio di vivere.

In questa come in tante altre aree, tendiamo a perderci nella nostra esperienza. Spesso è doloroso per noi osservare il declino della salute del nostro animale.

Poiché non abbiamo familiarità col processo naturale della morte, non siamo bravi nello stabilire le priorità negli ultimi momenti della vita. Avere la percezione che l'essenza dell'amato animale continuerà a vivere oltre la morte fisica può alleviare il nostro dolore, ma fa molto poco per ridurre il nostro senso di smarrimento nell'affrontare le sfide pratiche. Troppo spesso, guidate dalla nostra preoccupazione di non far soffrire l'animale, le nostre decisioni finali vengono prese da uno stato di paura, la meno saggia delle nostre guide.

Mentre la nostra società cerca, non appena possibile, di separare l'atto e il fatto del morire dalla realtà quotidiana, non è così in molte grandi tradizioni, incluso lo Zen, il Buddismo tibetano e lo Sciamanesimo. In queste tradizioni, la vita è vista come un'opportunità per prepararsi alla grande transizione chiamata morte. Se vista in questo modo, la vita quotidiana ci fornisce molte opportunità per praticare il lasciare andare. Possiamo imparare dalla saggezza di queste tradizioni a non confondere la volontà di lasciare andare il nostro animale con il doverlo necessariamente far sopprimere con l'eutanasia.

Se potessimo liberarci di tutte le nozioni preconcette relativamente a come debba essere una vita degna di essere vissuta, relativamente alla quantità di tempo che possiamo permetterci di dedicare all'animale morente, relativamente a quanto rapida dovrebbe essere la morte... se potessimo lasciare andare tutto questo e altro ancora, riconoscendo che tutti questi concetti non hanno nulla a che vedere con ciò che è meglio per il nostro animale, ALLORA saremmo pronti, o quanto meno saremmo più pronti a percepire quale sia la realtà vissuta dall'animale. E non è forse questo ciò che conta?

Prendersi cura dei morenti è un'arte e, se non ci prepariamo per tempo, ci sono buone possibilità che non saremo all'altezza del compito, quando questo si presenterà. L'esperienza ci sembrerà scoraggiante e paurosa invece che sacra. Che il custode ne sia consapevole o meno, molte cose succedono negli ultimi giorni o ore in termini di preparazione interiore per il grande "cambio di indirizzo". È davvero un privilegio salutare il nostro amico che se ne va, senza trattenerlo e senza fargli fretta.

Fare la pace con il processo della morte così come esso avviene nella "vita vissuta" in contrapposizione a come ce lo immaginiamo teoricamente o a come viene distorto dalle rappresentazioni televisive, può farci scoprire il suo valore, che arricchisce la nostra vita in maniera incredibile. Gli animali possono essere i nostri insegnanti in questo, se glielo lasciamo fare, se permettiamo loro di farci l'ultimo incommensurabile dono che fa parte della relazione tra l'umano e il suo compagno animale.

Ella Bittel   link scheda autore
(traduzione di Elena Grassi)

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