homepage bottone homepage corsi online
Link Chi siamo Link altre attività link articoli e approfondimenti link affinità Link contatti
Link pagina Eventi ./ Link catalogo per collane Link pagina newsletter
Articoli

 

La castrazione e la sterilizzazione nel cane e nel gatto:
un'opportunità di crescita (per entrambi)

Articolo pubblicato sulla rivista Aam Terranuova, settembre 2007

 

L’evento sterilizzazione, se parliamo di animali di sesso femminile, o quello della castrazione, per gli animali di sesso maschile, è di fatto una questione che riguarda il nostro rapporto individuale con l'animale con il quale abbiamo deciso di condividere un tratto della nostra vita. Rappresenta un momento ben preciso del percorso che abbiamo deciso di fare insieme. Questo fatto, con il quale moltissimi di noi sono costretti a fare i conti, riguarda ovviamente, in prima battuta, lui, l'animale, il quale viene coinvolto, suo malgrado, in una "forzatura" mirata ad un convivenza migliore; ma in verità, una parte cospicua di tale evento, quello inerente alla decisone stessa e al conflitto che, da tale decisione, naturalmente scaturisce, ricade irrimediabilmente sulle nostre spalle e sulla nostra coscienza.

Quando dovetti sterilizzare la mia gatta, circa 12 anni fa, anch’io mi sono posto il problema se fosse giusto o meno intervenire in maniera così drastica su di lei variando indelebilmente il percorso che la Natura le aveva ordinato di seguire; e questi stessi dubbi e questi stessi conflitti li ho spesso riscontrati nelle persone che si avvicinavano, per necessità, a questa tematica.

Così, molto brevemente, per quello che si può fare in un articolo, cercherò di esporre quello che ho vissuto sulla mia pelle e quella che è la mia esperienza ambulatoriale. Ho capito che due sono le forze che in tale questione si vanno a scontrare nell'animo umano. La prima nasce fondamentalmente dall'evoluzione storica della coscienza umana, da quel passaggio di civilizzazione, vissuto dall'abbandono dei ritmi e della dimensione contadina dove gli animali indesiderati, i cuccioli che più e più volte all'anno riempivano i fienili e le stalle, venivano eliminati direttamente dal contadino per evitare un esponenziale incremento delle bocche da sfamare. Nel percorso che ha condotto una parte dell'umanità a sperimentare una dimensione urbana, tale "naturalezza" nel gestire il numero degli individui presenti nella sfera d'azione umana è andata completamente persa.

Oggidì nessuno si sognerebbe di ammazzare sistematicamente i cuccioli della propria gatta o della propria cagna. Nessuno, neppure per un secondo, prenderebbe in considerazione come realistica una tale soluzione del problema. E dunque, nell'interiorità umana, tale spinta di autosufficienza (la potremmo definire così dato che era lo stesso contadino a risolvere la questione), ha avuto necessariamente bisogno di uno sfogo esterno, di un sostegno; ha avuto bisogno di trovare qualcuno a cui delegare il "bubbone", qualcuno che potesse, definitivamente, risolvere il conflitto con il quale, ciclicamente, la dimensione animale richiedeva di confrontarsi. Tale figura, al giorno d'oggi, è impersonata dal veterinario.

La seconda forza, quella decisamente più profonda, che scaturisce dalla intensa condivisione animica che ci lega all'anima animale, nasce dalla percezione, oggettivamente realistica, che l'intervento chirurgico sia un atto assolutamente contro natura; che togliere chirurgicamente quello che Dio ha creato per uno scopo ben preciso potrebbe essere, per l'animale, un'imposizione troppo violenta. Una violenza, ecco come viene percepita dalla maggior parte delle persone; una violenza nei confronti di quell'essere che così amorevolmente si è accolto nella propria vita.

Due forze, dunque, si scontrano frontalmente nell'animo umano; la prima forza, che nasce dalla necessità di "gestire" i calori delle gatte, le notti insonni, le proteste dei vicini e le potenziali patologie legate alla non utilizzazione dell'organo, le fughe dei gatti, le malattie che scaturiscono dalle lotte per la difesa del territorio, i digiuni prolungati o, per quanto riguarda la razza canina – dove il problema è oggettivamente meno pronunciato – le fila di maschi fuori dalla porta, le gravidanze isteriche e le potenziali patologie.
La seconda che nasce dalla sensazione di fare qualcosa di sbagliato, qualcosa che l'animale non potrà capire e che sarà costretto giocoforza ad accettare.

Nell’affrontare il tema della sterilizzazione, dunque, siamo costretti a fare i conti con queste due forze: una freddamente razionale e una calorosamente animica. Come trovare allora il necessario equilibrio tra queste due tensioni? Come ridimensionare il risultato patologico di questo attrito, il senso di colpa, che inevitabilmente nascerà nell'anima umana, costretta a fare delle scelte che non sono sufficientemente sostenute dall'esterno? Come ritrovare, nella relazione con il nostro animale, la giusta disposizione d’animo per continuare a vivere serenamente?

Dopo numerose riflessioni ho capito che, ancora una volta, è nel confronto con l'animale (come negli approfondimenti presenti nel libro Amici fino in fondo) che la nostra interiorità riesce a trovare la necessaria forza per uscire da tale conflitto. Da una parte ci sono io con i miei dubbi e i miei sensi di colpa; dall'altra c’è lui, che come sempre, con estremo e incondizionato amore, si presta a subire le nostre scelte. Io con le mie difficoltà, lui con il suo amore.

L’evento sterilizzazione si presenta dunque alla nostra coscienza come un atto di potenziale trasformazione; una trasformazione che riguarda entrambi. Perchè se è vero che l'animale viene trasformato proprio nella sua “animalità”, in quel fondamentale parametro della sua esistenza che lo lega a quella dimensione della Natura che gli impone di ripresentare i propri geni alle successive generazioni, è anche vero che questo legame viene, attraverso l’atto chirurgico, definitivamente spezzato e proietta l’animale in un mondo apparentemente privo di punti di riferimento. Se prima della sterilizzazione il suo punto di riferimento era la Natura con la sua costante ciclicità, dopo l’intervento chirurgico l’animale sperimenterà l’inevitabile necessità di trovare un nuovo punto di riferimento.

Io penso che per nuovo punto di riferimento non si possa intendere semplicemente lo stesso medesimo umano che gli ha imposto tale forzatura chirurgica poco tempo prima, quanto piuttosto un umano che, attraverso questo evento, sia stato in grado di rinnovarsi, di trasformarsi interiormente, nello stesso modo con il quale pretendiamo che l’animale si trasformi per noi. La trasformazione dei sensi di colpa in responsabilità, il raggiungimento dell’equilibrio delle due forze (quella freddamente razionale e quella caldamente animica) nel cuore, lo sviluppo di una percezione dell’animale come parte di me e la consapevole comunicazione emozionale, sono tutti parametri che, secondo me, fanno parte di questa trasformazione. Una trasformazione che non si realizza in pochi minuti o in poche ore ma che si snoda, come costante sfida all’interno del nostro rapporto, per l’intera esistenza dell’animale; allo stesso modo dell’intervento che gli imponiamo: anche quello dura per tutta la sua vita. Una trasformazione che costantemente ci chiede di essere presenti come nuovo punto di riferimento, affinché, dopo tale scelta, il nostro rapporto non possa e non debba mai più essere come prima.

Stefano Cattinelli    link scheda autore

www.stefanocattinelli.it

Torna all'elenco degli articoli
Torna alla link homepage Torna in link alto