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Gli animali sono esseri che per definizione contengono un'anima: anima-li

Articolo pubblicato sulla rivista Lumen, ottobre 2005, novembre 2005, dicembre 2005

 

“Gli animali sono esseri animico spirituali che collaborano all’evoluzione dell’uomo.”

Parte prima

Dopo lunghe riflessioni ho deciso di iniziare da questa frase la mia nuova collaborazione con questa rivista; così, ...diretto, senza preamboli né introduzioni, perché penso che non ci sia niente di meglio che incominciare le nostre riflessioni sul mondo animale esattamente dal nocciolo della questione; perché, in fondo, in questa frase è racchiuso tutto quello che dovremmo sapere sugli animali e su come relazionarci con essi.

Il mio compito, in questo articolo e in quelli che seguiranno, consisterà semplicemente nel rendere manifeste, attraverso le parole, tutte le immagini che sono, per così dire, celate in tale frase, in modo che il lettore possa, poco a poco, modificare la sua percezione nei confronti dell’intero regno animale.

La prima immagine che voglio condividere con voi risiede proprio nella prima parola: gli animali. Gli animali sono esseri che per definizione contengono un'anima: anima-li. Contengono, o meglio, sono stati creati allo scopo di contenere, un'anima. Il loro corpo fisico è il contenitore di quest’anima la quale abita per tutta la vita all’interno dell’animale.

La definizione di anima richiederebbe una trattazione ampia e diffusa, però, in linea generale, possiamo dire che una delle principali qualità dell’anima risiede specificamente nella capacità di sentire. E con ciò non intendo certamente un semplice esercizio legato ai sensi (sentire inteso come sinonimo di ascoltare), quanto piuttosto un processo di interiorizzazione; un sentire interiore. Un sentire la paura, ad esempio, o la gioia, o la rabbia, tutti processi legati a qualcosa di più “ fino” rispetto al sentire semplicemente una sensazione riferita al corpo fisico come, per esempio, un dolore. Gli animali, e questo è ancora più evidente se ci riferiamo in particolar modo al cane e al gatto, sono fortemente impregnati da questa potenzialità di sentire interiormente delle emozioni e dei sentimenti. Ognuno di noi è in grado di percepire le emozioni che questi animali ci comunicano nel momento in cui torniamo a casa dopo una lunga giornata di lavoro; è esperienza comune quella di accorgersi che l’animale “ sente” il nostro arrivo prima ancora che noi fisicamente abbiamo oltrepassato l’uscio di casa. “Riconoscerà il rumore della mia macchina?” ci domandiamo distrattamente. ”O forse l’incedere caratteristico del mio passo lungo le scale? O forse si è abituato all’orario del mio lavoro?” Comunque vadano le cose, quando apriamo la porta di casa immancabilmente ci imbattiamo in un'anima che non vede l’ora di renderci partecipi del suo mondo interiore. E proprio questa capacità di comunicare la propria interiorità attraverso un certo movimento esteriore (scodinzolamento, corse pazze, girotondi, capriole, salti ecc.) è un’altra caratteristica peculiare degli animali.

A differenza delle piante che abbiamo in casa, gli animali hanno la capacità di esteriorizzare attraverso il movimento quello che si sviluppa nella loro interiorità. Gli anima-li sono dunque anche anima-ti, dotati cioè di movimento. L’anima degli animali possiede la capacità di far sperimentare al corpo fisico entro la quale abita, sensazioni, emozioni e sentimenti che trovano la loro ragion d’essere proprio nel momento in cui vengono esteriorizzati attraverso il movimento. La gioia che provano nel reincontraci ogni giorno si palesa attraverso determinati movimenti, completamente differenti da quelli presenti nella paura o nella disperazione. E questa capacità di comunicazione è direttamente proporzionale alla complessità del sistema; in altre parole, più sofisticato è il substrato fisico e più dinamico e creativo è il modo di comunicare. Per farla ancora più semplice, una lucertola - che zoologicamente viene collocata qualche gradino più in basso rispetto ai mammiferi – avrà molte meno necessità di comunicare attraverso il movimento la semplicità del suo mondo interiore. L’anima è dunque movimento: interno ed esterno; e come un’onda che dopo aver raggiunto il suo punto massimo si infrange sulla spiaggia, allo stesso modo l’animale che vive con noi scarica all’esterno, attraverso il gioco, la forza delle sue emozioni e dei suoi sentimenti e ci rende partecipi del suo mondo interiore. Che regalo prezioso che elargisce ogni giorno!

Quotidianamente quell’anima, che nulla chiede in cambio se non un po’ di attenzione, utilizzando il corpo dell’animale, ci dà la possibilità di entrare in contatto con lei e ci concede l’accesso al suo mondo. “Ma che anima sei?” ci viene da chiederci. “Da dove vieni? E dove sei diretta?” “E perché a volte sulla tua parte fisica si manifestano dei segnali che mi spingono a portarti dal veterinario che mi prescrive dei farmaci per eliminare quei segnali, senza aiutarmi a capire quello che sta succedendo?” Domande……… domande………
E l’animale, che è stato creato per contenere un'anima la cui funzione è quella di sentire, non potrà far altro che far risuonare nella sua interiorità queste stesse domande che nascono nel nostro cuore; attendendo fiducioso di sperimentare quel benefico movimento interiore che le future risposte potranno portare.

Parte seconda

L’anima dell’animale vive delle esperienze che la vita terrena le porta innanzi; essa fa tesoro di tali esperienze per far evolvere se stessa e tutti gli altri animali, poiché, possiamo dire senza paura di essere smentiti, che tutti gli animali sono profondamente collegati gli uni agli altri. L’anima animale ha dunque la possibilità di sperimentare una gamma diversissima di esperienze interiori, perché diversissime sono le forme fisiche entro le quali ha l’opportunità di vivere. Pensiamo ad esempio all’enorme differenza che esiste tra un gatto abituato a vivere sul divano di casa e un leone africano che sperimenta la sua esistenza nella savana; pensiamo alla diversità del contenuto esperienziale che queste due anime sperimentano durante la loro esistenza.

Se da una parte il leone della savana è completamente legato ai determinismi della Natura (cicli riproduttivi, approvvigionamento di cibo e gerarchia all’interno del branco), dall’altra il gatto domestico, attraverso l’interazione con l’uomo, riesce ad emanciparsi da tali necessità e ad elaborare una sua esperienza, per così dire, molto più individuale. È come se l’anima che vive nel corpo fisico del leone fosse guidata e indirizzata dall’alto verso determinati comportamenti che trovano il loro senso di esistere all’interno di un ecosistema molto più ampio. La “missione” del leone, il senso dell’esperienza di quest’anima, si manifesta specificamente nel suo ruolo di predatore e controllore che regolamenta il giusto numero di erbivori presenti all’interno di una determinata zona. Gli immutabili cicli della savana hanno bisogno del ruolo che quest’anima svolge grazie alle fattezze fisiche del leone proprio per rimanere tali, perché all’interno di questa immutabilità è nascosto il segreto di un profondo equilibrio dell’intero ecosistema.
E che dire delle anime che vivono l’esperienza fisica degli gnu i quali, nella stessa savana, passano la loro vita a scappare proprio da quelle anime così affini ai nostri gatti domestici? E ancora: chi è che decide di far partire le migliaia di anime degli gnu lungo le rotte di migrazioni millenarie? E molto probabilmente nascerà in me la stessa domanda guardando, sopra la mia testa, un gruppo di storni, i quali a migliaia, senza toccarsi, volteggiano nello spazio aereo della mia città, formando disegni e forme di inimmaginabile bellezza. E se da una parte può sorgere automaticamente in me il pensiero che il loro comportamento è dettato dalla presenza di un qualche rapace nascosto, come tante volte ho sentito dire nei documentari televisivi, dall’altra parte mi è concesso pensare che dietro tale movimento, nascosto in tali forme aeree, ci sia un qualche significato che a prima vista mi è del tutto sconosciuto.

Esiste, dunque, una netta differenza di esperienza terrena tra l’anima di un animale selvatico e quella di un animale domestico, e tale differenza consiste proprio nell’emancipazione che quest’ultimo fa, in virtù dello stretto contatto con l’umano, nei confronti della sua anima di gruppo. Ed è proprio osservando i grandi gruppi di animali, i banchi di sardine, le migrazioni di migliaia di animali, i greggi di pecore, i formicai, gli alveari ecc. che noi possiamo far crescere dentro di noi il concetto di anima di gruppo, di un qualcosa, un'essenza superiore, che è in grado di regolare l’esistenza di tutti questi animali. L’immagine che deve nascere in noi, osservando i movimenti di tali assembramenti di anime animali dovrebbe essere quella di percepire un unico organismo; come se i singoli animali non fossero altro che cellule dello stesso organismo, e che lo scopo principale di tale organismo sia la propria sopravvivenza, a scapito, anche, della sopravvivenza del singolo. Un organismo formato da migliaia di individui che sperimenta se stesso attraverso l’esperienza interiore, non tanto del singolo individuo, quanto piuttosto dell’insieme dell’esperienza di ogni singolo individuo. Ne più ne meno come il nostro corpo, il quale elimina costantemente un certo numero di cellule morte (attraverso la desquamazione cutanea, i capelli, le unghie, ecc.) e altrettante cellule si rigenerano ogni giorno, in un continuo equilibro che varia col variare dell’età. L’organismo gnu che peregrina per le pianure del Serengeti, lascerà sul terreno migliaia di cellule morte, ma alla fine l’intero organismo sarà riuscito a percorrere quel determinato tratto di strada che era destinato a percorrere, al fine di mantenere il proprio equilibrio interno e nello stesso tempo con la complessità dell’ambiente esterno. E come nel nostro corpo esiste un'intelligenza superiore che costantemente regola l’organizzazione e la funzione dei vari organi, così per questi animali esiste un livello di coscienza superiore che regola la loro esistenza a prescindere dalla sopravvivenza o meno dei singoli individui. Tale coscienza superiore viene per l’appunto comunemente chiamata: anima di gruppo.

L’anima di gruppo è dunque un livello di esperienza che l’anima animale fa sul piano fisico, ma che non riguarda specificamente il singolo individuo, ma un numero molto maggiore di animali. Essa è per definizione un'anima, e dunque un’essenza che vive nel sentire; non a caso gli animali sentono che è giunto il tempo di emigrare, sentono che la rotta giusta è in una direzione piuttosto che in un’altra, sentono che è giusto raggiungere quel posto piuttosto che quell’altro. Ma tale sentire non è un sentire autonomo, non riguarda specificamente il singolo individuo, quanto piuttosto un sentire collettivo. È l’anima di gruppo che sente e che comunica al corpo fisico di tutti gli gnu quando partire e dove andare. Essa è dunque qualcosa di non tangibile fisicamente, ma facilmente afferrabile attraverso l’osservazione e il pensiero. L’anima di gruppo non appartiene di fatto al mondo fisico, anche se solo nell’esperienza fisica riesce a fare la sua esperienza e ad evolvere. È il piano della Vita che si esprime attraverso queste anime di gruppo, ed è attraverso l’esperienza fisica che tali anime di gruppo sperimentano nei corpi degli gnu, dei leoni, delle formiche e delle sardine che l’intero piano divino ha la possibilità di evolvere.

I singoli animali selvatici sono per così dire guidati dall’alto, non hanno la possibilità di scegliere perché appartengono alla saggezza divina che regola l’intero pianeta, e come tale la scelta verso una determinata specializzazione biologica (come le formiche e il formichiere o in generale i ruoli di prede e predatori) viene definito dall’alto, allo scopo di mantenere più intatto ed in equilibrio l’organismo Terra.

All’interno di questa dimensione spirituale fatta di anime di gruppo, spiriti guida e animali di potere ha vissuto per millenni l’uomo di ogni civiltà indigena il quale, per lungo tempo, ha avuto la possibilità di sperimentare un tipo di rapporto con il regno animale basato sul riconoscimento e il rispetto verso tale manifestazione del piano della Vita. Nell’epoca attuale, tale collegamento con il piano divino è andato completamente perduto; il collegamento è andato perduto, non i due protagonisti, l’uomo e l’animale. Loro nel frattempo sono cambiati, si sono modificati; in breve, sono evoluti. Hanno seguito delle strade, in un certo senso parallele, che conducono il piano della Vita a sperimentare nuovi livelli di coscienza.

Ora, penso sia proprio questo collegamento che bisogna ripristinare, e veramente sono convinto che tale forma di guarigione non possa che partire dall’uomo. Se l’uomo si sforzerà di percepire la dimensione spirituale del regno animale; se cercherà, consapevolmente, di accogliere nella sua interiorità l’intero mondo animale, o almeno una scintilla di esso, il cane o il gatto che vive al suo fianco, potrebbe già essere un buon inizio. Ben presto si accorgerà che la via che conduce al regno animale non è nient’altro che un’altra via che conduce all’uomo stesso; né più né meno di come diceva Castaneda: :”Per me esiste solo il camminare lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questi io cammino, e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando senza fiato”.

Parte terza

Nel lungo percorso evolutivo della Terra, l’anima degli animali ha necessariamente dovuto interagire con il piano dell’esistenza dell’umanità; e d’altronde non poteva davvero fare diversamente, dato che ogni livello di coscienza anela a sperimentare quello che le sta immediatamente sopra. E con questo non voglio riferirmi ad un concetto spaziale o peggio ancora a concetti di superiorità o inferiorità, quanto piuttosto a possibilità di esperienze diverse, in definitiva più articolate e complesse rispetto alla mera sottomissione agli istinti di Natura. In questo senso, al di sopra dell’esperienza che l’anima animale sperimenta su questo pianeta, c’è inevitabilmente l’uomo.

L’uomo, per l’anima animale, rappresenta il suo punto di riferimento. E non è davvero difficile capire questo concetto se profondamente soffermo il mio sguardo ad osservare gli occhi di quell’anima-animale che, dal basso verso l’alto, mi guarda, più e più volte al giorno, per chiedermi qualcosa che lui da solo non potrebbe mai fare: aprire una scatoletta, tirare fuori dal frigo la sua pappa, prepararla, aprire la porta che conduce in giardino, essere spazzolato, ecc. Io, come Uomo, sono realmente il suo punto di riferimento, perché il rapporto che abbiamo instaurato è basato sul fatto che lui delega a me ogni specifico momento della sua esistenza, dal cibo, alla riproduzione, allo svago e al gioco. Lui affida a me la sua vita; l’intera sua esistenza. Egli è un’anima animale che desidera, come scelta di vita, passare più tempo che può in mia presenza.

Un giorno, un signore di mezza età, mi portò in ambulatorio quattro gattini. “Sua mamma è morta sotto una macchina quando erano ancora molto piccoli – mi disse – io e mia moglie li abbiamo tirati su con il biberon; poi li abbiamo svezzati, abbiamo costruito delle casette di legno in giardino e abbiamo dato loro la possibilità di scegliere dove vivere. Uno è entrato subito in casa, il più docile; due vanno e vengono, nel senso che riesco a toccarli e ad accarezzarli, uno un po’ di più, a dire il vero, mentre l’altro è un po’ più schivo; il quarto invece non si fa nemmeno avvicinare, mangia rapidamente e rapidamente torna in bosco. Stia attento al quarto – aggiunse, indicando con la mano un paio di occhi giallo-arancio che osservavano con attenzione l’ambiente circostante da dietro le sbarre del trasportino – quello lì è il più selvatico.” Aprii delicatamente la gabbia, infilai la mano dentro ed estrassi delicatamente il primo dei quattro fratelli. Partì subito con le fuse; non era per niente preoccupato né dell’ambiente né di quelle mani sconosciute che lo frugavano in cerca di una qualche imperfezione. “È sano – dissi – e anche molto affettuoso”. Il signore annuì. Per tirare fuori dalla gabbia il secondo gattino ebbi qualche difficoltà; approfittai del suo panico per visitarlo meglio che potevo nel minor tempo possibile. Lo stesso feci per il terzo. Il quarto gattino lo visitai solo da oltre le sbarre. Quattro fratelli; quattro diverse esperienze che l’anima animale fa attraverso di loro: un’esperienza selvatica, un’esperienza di passaggio, più o meno intensa, e una di vicinanza all’uomo.
Senza che nessuno obblighi nessuno a scegliere suo malgrado.

Ma cos’ha dunque da imparare dalla mia vita un’anima animale al punto di scegliere di starmi così vicino? Quale esperienza, così profondamente diversa dal mondo selvatico, si cela dietro il rapporto con l’umano?

Abbiamo visto, nella parte precedente, che l’anima animale allo stato selvatico sperimenta se stessa attraverso un tipo di esperienza che trova il suo senso di esistere all’interno di rigidi schemi biologici: il rapporto predato-predatore e il numero di animali presenti in un territorio e le migrazioni cui abbiamo accennato, sono due aspetti di questi schemi, i quali non permettono all’anima animale alcuna possibilità di movimento autonomo nel loro interno.

L’evoluzione, la crescita interiore, si sa, è fatta di esperienze, perché è proprio nella diversificazione delle esperienze che si può acquisire un certo grado di conoscenza. L’anima animale, quella parte del piano della Vita che si identifica con tale essenza, decise allora che se voleva sviluppare nel suo interno un diverso grado di coscienza, avrebbe necessariamente dovuto aprire delle “porte” verso quei livelli di coscienza che erano in grado di poterle fornire l’esperienza di cui necessitava per la sua evoluzione. Nello specifico, quei livelli di coscienza che anelava affiancare per poter crescere, erano rappresentati, ovviamente, dall’Uomo, in quanto, per complessità e completezza, rappresentava il suo punto di riferimento. Allo stesso modo del regno vegetale, dove i fiori, strutture complesse e articolate, punta di diamante dell’intera evoluzione del regno vegetale, rappresentano il punto di contatto con gli insetti, la porta d’accesso all’esperienza interiore del regno animale.

Quella porta dunque, migliaia di anni fa, si dischiuse leggermente per permettere ad alcuni animali – solo alcuni in verità, in quanto per l’anima animale rimaneva comunque essenziale il ruolo svolto all’interno dell’anima della Terra – di sperimentare la complessità dell’interiorità umana. Attraverso questa porta fluì una parte delle anime animali, di quelle anime che passarono dalla foresta (dalla silva) alla casa (alla domus), anime animali le quali lasciavano l’esperienza selvatica, rigidamente organizzata dall’alto, per sperimentare una dimensione domestica organizzata secondo principi umani. E in tale percorso, inevitabilmente, le anime animali dovettero lasciare indietro i dettami dell’anima di gruppo per sperimentare un cammino, per cosi dire, individuale.

“Come si chiamano?” chiesi al signore di mezza età che mi aveva portato a visitare i quattro fratellini. “Faruk, il più docile, Mohamed e Abdul quelli di mezzo e Mustafà quello selvatico. Sa dottore, – si giustificò l’uomo – sono arrivati qui senza che noi lo volessimo, come gli extracomunitari; che possiamo fà? Gli ospitiamo e gli diamo da mangiare; penseranno poi loro a trovare il senso di questa esperienza.” Dare un nome a un animale sigilla il percorso di individualizzazione che l’anima sta compiendo all’interno del grande processo evolutivo. La individualizza, perché Faruk è diverso da Mohamed; al contrario di un branco di gnu, il quale, a parte le dinamiche emozionali legate al dominio territoriale e dunque al mero istinto di propagazione della specie, si identifica nella medesima esperienza terrena. Dare un nome aiuta l’anima animale a sentirsi diversa dal gruppo. L’aiuta a sentirsi un'anima parzialmente individualizzata.

Stefano Cattinelli    link scheda autore

www.stefanocattinelli.it

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