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La valorizzazione del paziente

di Stefano Cattinelli, dal sito www.stefanocattinelli.it

Articolo pubblicato la prima volta dalla rivista Aam Terranuova, ottobre 2003


La caratteristica principale dell’omeopatia e della floriterapia è quella di agire sul malato e non sulla malattia. Nel libro “Essere se stessi" Edward Bach dice “Non è la malattia che importa: è il paziente. Non è ciò che il paziente ha. Non è la cosiddetta malattia, in realtà, la cosa più importante da curare; poiché la stessa malattia può causare differenti risultati in persone differenti. Se gli effetti fossero sempre gli stessi in tutte le persone, sarebbe facile conoscere quale nome dare alla malattia; è questa la ragione per cui spesso nella scienza medica è così difficile dare un nome al particolare disturbo di cui soffre un paziente“.
Risulta chiaro fin dall’inizio che ogni uomo rappresenta un’entità a sé stante, separata dagli altri, caratterizzata dai suoi specifici desideri e pulsioni; ogni uomo ha un codice genetico (potremmo definirlo anche destino) che lo differenzia dagli altri e che nella vita di tutti i giorni lo fa interagire con il resto del mondo in maniera unica; ma è così anche negli animali?
Se, con un'audace apertura mentale, consideriamo l’intera evoluzione dell’uomo e dell’animale, constateremo che gli animali che al giorno d’oggi convivono con l’uomo, una volta appartenevano al mondo degli animali selvatici.
Il passaggio dal selvatico al domestico, dalla selva alla casa, ha comportato, per numerosi animali, non soltanto l’abbandono di un collegamento diretto con la Natura, intesa come entità superiore che regola l’esistenza delle specie, ma anche l’inizio di un processo di “individualizzazione“.
L’animale ha progressivamente perso il collegamento con il gruppo per intraprendere un cammino individuale.
Per meglio capire il concetto di gruppo, ed in particolare di quella entità definita altresì “Io gruppo“, che guida e regola l’aggregazione spontanea degli animali, dobbiamo rivolgere lo sguardo verso esempi concreti: lo stormo di uccelli, come gli storni, che a migliaia, in perfetta sintonia, si muovono nel cielo, senza nemmeno sfiorarsi; oppure i banchi di sardine che attraverso un elegante movimento si spostano nel mare; o ancora i cavalli in libertà o la solidarietà degli elefanti di fronte a un predatore.
Se decidiamo di curare con l’omeopatia un gregge di pecore (le pecore sono degli animali molto legati al loro “Io di gruppo”), un valido approccio potrà essere quello di considerare il gruppo di animali come se fosse un individuo solo; è come se decidessimo di curare un organo (gregge) formato da innumerevoli cellule (singoli soggetti).
Più si passa dal gruppo all’individuo, più i sintomi sono caratteristici del soggetto e più l’omeopatia riesce a risolvere problematiche di lunga durata e a stimolare una guarigione più profonda.
Il passaggio dal gruppo all’individuo è un cambiamento importantissimo nel regno animale, in quanto gli animali che si allontanano dal loro “Io di gruppo“ e che quindi perdono il contatto con quella divinità superiore che li guida, per intraprendere una strada verso l’autonomia, diventano completamente dipendenti dell’uomo. Intrecciando le loro vite con quelle dell’uomo, passano da uno stato di libertà ad uno di dipendenza.
Se portiamo queste riflessioni nella zootecnia, questo processo di “individualizzazione“ passa inevitabilmente attraverso due fasi:
la prima fase potremo chiamarla “del riconoscimento“; riconoscimento inteso sia come ri-conoscere, cioè conoscere di nuovo e quindi ricostruire un nuovo rapporto uomo-animale, sia come ringraziamento, in quanto il sacrificio degli animali è uno dei cardini della sopravvivenza dell’uomo su questo pianeta.
La persona che si occupa dell’animale, in questo caso l’allevatore o lo stalliere, deve modificare gradatamente la percezione che l’essere che ha di fronte rappresenti un qualcosa da sfruttare il più possibile, da spremere e da sradicare dai suoi ritmi naturali al fine di incentivare al massimo la produzione (uno dei risultati di questa logica, il più eclatante di questi ultimi anni , è la “mucca pazza“). Deve passare da una responsabilità di tipo economico, nel senso di dover salvaguardare la salute dell’animale esclusivamente per il tornaconto pecuniario, ad una responsabilità di tipo morale in quanto affidatario e custode di un’essenza divina la quale ripone la sua stessa esistenza nelle mani dell’uomo.
Potremmo chiamare la seconda, fase “dell’attenzione“.
Il livello d’attenzione richiesto all’allevatore dalla nuova modalità terapeutica (omeopatia) è completamente diverso dal solito paradigma malattia-rimedio chimico.
La ricerca di un rimedio omeopatico si basa sulle caratteristiche peculiari che ogni soggetto manifesta per la stessa malattia. Per esempio, nel caso di una diarrea il rimedio sarà differente se il soggetto che presenta quel sintomo è remissivo e docile piuttosto che aggressivo e dominante; oppure per lo stesso raffreddore il rimedio cambierà in un animale che cerca il caldo rispetto ad un soggetto che cerca il freddo.
Ovviamente il ruolo svolto dalla persona che si occupa degli animali rappresenta il perno attorno al quale il veterinario si muove per la scelta del rimedio.
In questo senso, il processo di “individualizzazione“ dell’animale e la maggiore attenzione che l’allevatore rivolge per capire le caratteristiche uniche di ogni animale, porteranno di fatto l’animale a non essere più solamente un numero fra tanti; come facevano i nostri nonni, finalmente all’animale verrà dato un nome. Così sarà la Pierina o la Pasqualina ad avere la mastite, e quella patologia apparterrà solo a lei e a nessun altro.
L’allevatore o lo stalliere ridefinirà il suo rapporto con ogni animale in termini di riconoscimento, sia per il latte che l’animale fornisce, sia perché il latte rappresenta il dono prezioso proprio di quell’animale, preoccupandosi e prendendosi cura, come un buon padre di famiglia, di ogni singolo animale.
È risaputo infatti che le produzioni zootecniche migliorano di pari passo con il benessere degli animali. Nella parola benessere è compreso anche il rapporto che lo stalliere ha con l’animale. Il lavoro del veterinario, in questo senso, non si limita soltanto a garantire ed ottimizzare le produzioni zootecniche e la sanità della stalla attraverso l’uso di rimedi omeopatici, ma riguarda anche il rapporto che si crea tra l’animale e l’operatore.
Semplicemente possiamo dire che se l’uomo è in equilibrio, anche l’animale sta bene.
Un dato molto interessante che emerge da quest’ultimo progetto riguarda la nuova presa di coscienza che i ragazzi hanno nei confronti degli animali. La responsabilità di seguire gli animali e il nuovo livello d’attenzione richiesti dall’approccio omeopatico fanno si che i ragazzi siano meno concentrati sulle loro problematiche e quindi meno chiusi in loro stessi. Questo permette anche, da parte degli psicologi della comunità, un lavoro psicopedagogico più interattivo e quindi più costruttivo.
Il passo successivo sarà quello di fornire un’adeguata preparazione didattica e tecnica al fine di poter esordire nel mondo lavorativo come tecnici di stalla esperti in zootecnia biologica.
Il nome è sinonimo di individuo; ovviamente siamo noi uomini che diamo un nome agli animali, al contrario dei bambini in cui l’esperienza dell’Io è il risultato di un processo di interiorizzazione (il bambino nella prima fase evolutiva parla in terza persona: Carlo ha fame, Fabio ha sete, e solo progressivamente si identifica in un Io interiore: io ho fame).
Proprietari di un animale non si nasce, si diventa, e quando si decide di usare l’omeopatia per curare il proprio compagno, bisogna inevitabilmente fare un altro passo.
Il riconoscimento e l’attenzione riguardano anche i proprietari di cani e gatti, animali che più di tutti stanno compiendo un cammino di separazione dall’ “Io di gruppo“.
I veterinari omeopati riescono a raccogliere dei dati utilissimi per la scelta del rimedio soprattutto da quelle persone che conoscono in maniera approfondita il loro compagno a quattro zampe.
Le opportunità e gli spunti di riflessione che il veterinario omeopata offre al proprietario non riguardano esclusivamente l’animale.
È ovvio che l’obiettivo del professionista è quello di guarire l’animale malato, ma anche il proprietario riuscirà a trarne beneficio se, con una disposizione mentale “morbida“, saprà ascoltare i principi della Dottrina Omeopatica.
Tantissimi proprietari di animali curati con l’omeopatia ci chiedono l’indirizzo di un medico omeopata o di un terapeuta che usi la medicina alternativa perché da tanti anni soffrono di una qualche malattia che non riescono a guarire.
In tal senso il veterinario omeopata svolge una funzione sociale di tutto rispetto.

Stefano Cattinelli   link scheda autore

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