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Padrone, proprietario, o compagno di viaggio?

Articolo pubblicato sulla rivista Aam Terranuova, inserto "Salute è", giugno 2006

In questi ultimi dodici anni di lavoro ho dovuto, e voluto, cambiare più volte la modalità con la quale mi relazionavo con il regno animale. L’approccio scientifico, frutto dell’insegnamento universitario, aveva fatto sviluppare in me una visione di tipo meccanicistico. Con lo studio dell’omeopatia, l’animale-macchina è stato soppiantato da una percezione più ampia, che tenesse conto dell’intera vita dell’animale; che tenesse conto dei sottili movimenti dell’energia vitale insita nell’organismo animale. Con il successivo approfondimento dei fiori di Bach la visione si è ampliata ulteriormente e l’animale mi è apparso come un essere la cui essenza era rappresentata specificamente dall’aspetto emozionale.

Alla fine di questo percorso, dunque, mi trovai a riflettere su me stesso; a riflettere su come avevo deciso di impostare il rapporto con la gatta che viveva con me; su come mi vedevo e come mi vivevo nel relazionarmi con lei; su quali atteggiamenti emozionali erano nascosti dietro le parole che comunemente usavo per definire il nostro rapporto. In altre parole, mi trovai a ridefinire il ruolo che io avevo nella sua vita.

Come la maggior parte delle persone che frequentavano il mio ambulatorio, anch’io inizialmente definivo me stesso come “un padrone” o “un proprietario di…..”; anch’io, in maniera assolutamente superficiale, nel presentare me stesso e la relazione che avevo con la mia gatta al mondo esterno, ero solito descrivere me stesso attraverso delle parole che non erano minimamente in grado di spiegare il complesso e profondo rapporto che si era instaurato negli anni con quella parte del regno animale.

E d’altronde non è sempre facile definire se stessi in relazione all’animale che vive con sé; non è facile perché trovare una definizione adeguata comporta giocoforza un certo grado di elaborazione interiore, nel senso che, per prima cosa, ho dovuto pormi la domanda se una parola come “padrone” o “proprietario” fosse stata in grado di descrivere adeguatamente il mio rapporto con quella gattina.

Ho capito fin da subito che prima ancora di scegliere un termine sufficientemente “giusto”, dovevo pormi ancora una domanda; capii che tale domanda riguardava il mio modo di percepire l’animale che viveva con me; e cioè quali pensieri nascevano nella mia mente nel momento in cui i miei occhi incontravano i suoi.

Padrone della mia gatta io non mi sono mai sentito; e questo non tanto perché non è realmente facile essere padrone di un gatto nel senso di volerlo comandare, cosa alquanto difficile, proprio per la specificità di questo animale, quanto piuttosto perché non ho mai pensato che tale termine potesse chiarificare la mia figura nei suoi confronti. Con il termine padrone si intende comunemente una persona che assume una posizione privilegiata e a tale atteggiamento deve fare necessariamente riscontro una certa sottomissione e obbedienza. Una separazione, una differenza di piani; nel definirmi padrone sentivo che dovevo ribadire costantemente questa differenza. Ovviamente non posso nemmeno pensare che tale differenza non esista, non sarebbe logico pensare che io e l’animale siamo uguali, ma il fatto di ribadirlo costantemente, nel definire me stesso in relazione con lui, mi ha sempre dato l’impressione di voler calcare volontariamente troppo la mano su questo concetto. Io e l’animale siamo differenti, lo so; ma nonostante la nostra differenza, non vedo la necessità di ribadire tale concetto ogni volta che mi presento a degli estranei; come se lo dovessi, ogni volta, collocare in quella posizione; come se dovessi ribadire costantemente la mia superiorità nei suoi confronti. Se qui c’è qualcuno che comanda, quello sono io (il padrone) e l’animale deve solo obbedire. Onestamente non voglio chiedere questo alla mia gatta; non voglio che mi percepisca come un padrone.

E nemmeno come un proprietario, come qualcuno al quale qualcosa appartiene per diritto di proprietà. In una frazione di secondo, mi vengono in mente tutti quegli episodi nei quali è l’animale a scegliere il suo umano; tutti quei gatti che piano piano si avvicinano all’uomo, i quali, vincendo le ataviche paure, entrano dalle finestre o dalle porte e decidono di accomodarsi visibilmente compiaciuti sul divano o vicino alla stufa. Chi sceglie chi? Chi appartiene a chi? Mi sembrava che il vedere l’animale come una proprietà, come qualcosa che dava diritto di godere e disporre in modo pieno ed esclusivo, appartenesse di più al mio vecchio modello di percezione; a quando, infarcito di nozioni scientifiche, trovavo giustificabile l’uso degli animali per la sperimentazione dei farmaci. Se posso disporre dell’animale a mio piacimento, se lo considero come una mia proprietà, perché non pensare che possa essere corretto utilizzarlo per soddisfare tutti i miei bisogni? Ho sentito sempre troppo stretto il concetto di proprietà; troppo legato a un bene materiale, che troppo giustificava un atteggiamento di possesso: tu sei mio e faccio di te quello che voglio. Non dissimile dalla separazione che vivevo quando vestivo i panni del padrone, anche quando mi definivo proprietario della gattina che condivideva i miei stessi spazi, di fatto, creavo tra me e lei un baratro incolmabile. Una distanza che mi impediva di percepire la vera essenza di ogni animale, che negava la possibilità che anche lei, stando al mio fianco, e dedicando alla mia persona ogni momento della sua vita, fosse portatrice di quella scintilla divina presente in ogni manifestazione della Natura.

Padrone o proprietario che sia, l’uomo crea di fatto delle barriere tra lui e il mondo animale; barriere che di fatto non esistono, dal momento che l’animale che vive a stretto contatto con l’umano fonde la sua esperienza emozionale con la persona alla quale dedica la sua vita. Barriere che sono crollate quando milioni di animali sono entrati a far parte delle quotidiane abitudini di moltissime famiglie; limiti infranti dalla calda invadenza di cuccioli che ben presto sono stati accettati come nuovi membri della famiglia; distanze che si sono assottigliate sempre più nei limitati spazi degli appartamenti cittadini.

Dodici anni dopo l’inizio del mio peregrinare all’interno del mondo animale, io ora vedo la mia gatta come una compagna di viaggio; come un essere in grado di dare e ricevere sostegno. Come qualcuno che coopera con me in nome di interessi ed aspirazioni comuni. E anch’io mi considero per lei un compagno di viaggio; anch’io coopero con lei in nome di interessi e aspirazioni comuni, perché ogni decisione che prendo nella vita, riguarda anche lei.

Compagni di viaggio, dicevo, perché considero la vita come un viaggio, un viaggio perenne dentro e fuori di me. E un tratto di questo viaggio, una tappa, che per lei rappresenta una vita, ho deciso di condividerlo con lei. E poiché la considero una compagna di viaggio, non solo una comparsa né tantomeno un surrogato di qualcosa che non ho (leggi pure: i figli) ho cercato di sviluppare interiormente un tipo di percezione che comprendesse anche lei. Una percezione allargata di me stesso: non solo io, dunque, ma io con la gatta che vive con me. Io e la gatta che vive con me, la quale trascorre la mia vita al mio fianco; la quale è talmente vicina a me da diventare una parte di me. Lei è già una parte di me, o meglio, è diventata una parte di me dal momento in cui è entrata a far parte della mia vita e delle mie vicissitudini emozionali. Lei, che usa proprio il linguaggio emozionale per comunicare con me, non ha certo avuto difficoltà a sintonizzarsi sul mio piano emozionale; a lei è venuto spontaneo considerarsi una compagna di viaggio. Sono io che ho dovuto mettermi in discussione per ridefinire il rapporto che avevo con lei; per trovare delle nuove parole per definire me stesso in relazione alla sua esperienza.

Compagni di viaggio. Ecco….si, così mi piace consideraci.

Stefano Cattinelli    link scheda autore

www.stefanocattinelli.it

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