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Percorso all'interno della morte dell'animale

Articolo pubblicato nella rivista Bioguida, Primavera 2005

Premessa

Prima o poi, nella nostra vita, esiste un preciso passaggio interiore nel quale si decide il destino del nostro amico, e come sempre la scelta che siamo costretti a fare, coinvolge inevitabilmente un altro essere. L’importanza e l’insistenza da parte mia nel riflettere su queste questioni sta nel fatto che questo essere si fida ciecamente della nostra capacità di scelta. Si fida a tal punto che ci mette in mano la sua esistenza.
In questo articolo cercherò di analizzare più nei dettagli uno dei momenti più importanti del nostro rapporto con l’animale, e cioè quello che accade nella nostra interiorità, e di conseguenza al nostro animale, nel momento in cui si decide il suo destino: il punto di svolta interiore tra l’accanimento terapeutico e l’accettazione della morte, dentro e fuori di noi.

Dolore fisico o dolore emozionale?

Per prima cosa, cerchiamo di capire perché è così importante affrontare questo tema.

Pensiamo per un attimo cosa succede ad un animale che è in grado di scegliere: un animale che può scegliere significa che ha la possibilità di interagire con l’ambiente esterno e che quindi ha la possibilità di trovarsi il luogo e il momento nel quale morire. Normalmente, in Natura intendo, questo accade sempre. Quando l’animale sente che la vita lo sta abbandonando, prima che le ultime forze gli vengano meno, istintivamente si allontana dal branco; istintivamente sceglie un luogo e serenamente aspetta che la morte sopravvenga.

Agli animali che vivono in appartamento, quest'ultima opportunità di scelta viene preclusa. Il più delle volte viene preclusa perché fino all’ultimo si spera che l’animale guarisca. Poi, molto spesso accade che la drammatica realtà, con una spallata improvvisa, faccia vacillare e perfino cadere la speranza che si aveva riposto in quell’ultima cura, in quell’ultimo, bravissimo, veterinario. Così, per non far soffrire l’animale, si decide l’eutanasia.

Nella mia esperienza pratica, vi posso dire molto serenamente che il dolore e la sofferenza dell’animale passa inevitabilmente attraverso la nostra non accettazione della morte. Il nostro non accettare questo inevitabile passaggio, provoca un intenso dolore nell’animale. Mi spiace dirvelo, ma è così.

Non possiamo pensare che il dolore fisico sia l’unico dolore che l’animale è in grado di sentire. Sicuramente ognuno di voi avrà avuto modo di cogliere nel suo animale quegli aspetti più peculiari della sua componente emozionale come la gioia, la tristezza, la paura, ecc. Ebbene, anche queste parti, che non appartengono strettamente alla parte fisica del loro essere, ma che tuttavia compenetrano e si agganciano all’aspetto corporeo, anche questa parti sono coinvolte nel processo della morte. Per dirla in parole più semplici e per creare un'immagine che rimanga in maniera più duratura nella vostra memoria, possiamo paragonare l’animale ad un'arancia. Quando sbucciamo un'arancia vediamo che ci sono dei filamenti biancastri che si insinuano tra gli spicchi e che nell’insieme ci danno l’idea che questa polpa biancastra concorra a mantenere la compattezza del frutto. Però i nostri occhi vedono due cose: gli spicchi e la buccia.

Allo stesso modo possiamo immaginare che il nostro animale sia formato da tanti spicchi, che sono gli organi come il fegato, l’intestino, i reni, la pelle, gli occhi ecc. e da una buccia che è la parte emozionale rappresentata dalla paura, dalla gioia e dalla tristezza che sperimenta ogni giorno. Due cose, separate ma unite, perché se non esiste un’arancia senza buccia o senza spicchi, non esiste un animale senza organi o emozioni.

Quando noi diciamo che l’animale soffre, a quale dei due aspetti ci riferiamo, all’aspetto fisico, agli spicchi, o all’aspetto emozionale, alla buccia? Il potenziale dolore che l’animale sperimenterà nel momento della morte, è fisico o emozionale? E se è esclusivamente fisico, perché nessuno chiede mai al veterinario di somministrare al proprio animale un antidolorifico invece dell’eutanasia?

Penso che molti di voi abbiano avuto la possibilità di vedere un animale ferito. In questi anni di attività, in ambulatorio, ho visto di tutto: dai graffi alle ferite profonde, fino ad arrivare alle mutilazioni totali. Ma soprattutto ho visto animali che convivevano con il dolore fisico molto meglio dell’umano. Pochi giorni fa ho curato una gattina che aveva una zampetta completamente schiacciata dall’impatto con una macchina. L’ho pulita, le ho applicato i rimedi per tentare di recuperare l’impossibile e l’ho fasciata, in attesa di capire il da farsi. Per tutto il tempo lei ha fatto le fusa.

Questo mi fa capire che gli animali hanno una soglia del dolore più alta della nostra, a livello fisico. Morsi, graffi e ferite non possono produrre dolori talmente intensi da impedire la continuazione della vita, altrimenti gli animali si sarebbero già estinti, perché non hanno la possibilità di interagire tra di loro con modalità terapeutiche. Dunque il dolore fisico viene superato, o meglio, sopportato molto meglio nell’animale che nell’umano. Mentre scrivo queste piccole riflessioni, mi affiora alla memoria il dolore da colica renale che ho dovuto sperimentare parecchi anni fa e subito mi viene da collegarlo alle decine e decine di gatti che ho visto in crisi per lo stesso motivo. O ancora il paragone tra il dolore che ho provato fratturandomi un braccio e l’osservazione degli animali con arti fratturati mentre mangiano e si comportano normalmente. In assoluto possiamo dunque dire che gli animali sopportano il dolore fisico meglio di noi.

Detto questo, dovremmo rivedere completamente i nostri parametri sulla sofferenza animale, soprattutto nel momento in cui si decide che il dolore diventa un parametro per scegliere al posto suo. Ma allora, le domande che a questo punto sorgono spontanee, sono due. La prima riguarda noi, e cioè, come mai si decide di non voler vivere consapevolmente un’esperienza così importante per il nostro animale, e per noi, ovviamente, come la sua morte, adducendo delle scuse basate su fatti che non sono reali, come il presunto dolore dell’animale? E ancora: se il dolore che potrebbe provare l’animale nel momento del trapasso non è fisico, ma emozionale, come posso io interagire a questo livello?

L'uomo e l'animale: lo stesso frutto

Chi ha avuto modo di leggere i miei precedenti articoli, o il libro sui Fiori di Bach edito da Macro, dove gradatamente cerco di introdurre il lettore ad una più profonda comprensione del regno animale, sa che noi e gli animali siamo legati da un livello di comunicazione che non è di tipo mentale ma emozionale. Quello che per noi rappresenta il massimo della nostra evoluzione su questa Terra e cioè il pensiero, per gli animali è rappresentato dalla componente emozionale: gli animali vivono per sentire.

Dobbiamo renderci conto che nel percorso di vita che facciamo con il nostro animale, si manifesta una progressiva, e quanto mai rapida, fusione emozionale.
L’esempio più diretto è rappresentato da quelle persone che vengono da me e mi dicono “Sa, io e la mia gatta ci assomigliamo moltissimo“ oppure “Lei fa come me….“ Siccome tra i due, quelli che sperimentano una maggior varietà di emozioni e sentimenti siamo noi, l’animale si fonderà progressivamente all’interno della nostra “buccia “, diventando come uno di quei filamenti biancastri che rendono il frutto compatto. O meglio, diventeranno un piccolo frutto all’interno del frutto principale.

A questo punto sorge un problema: al momento della morte, quale delle due bucce viene coinvolta? Quella del frutto piccolo o quella del frutto grande? Quale componente emozionale prova dolore, la mia o la sua? E con l’eutanasia, quale dolore tento di eliminare, il mio o il suo? È molto importante che si rifletta su queste cose, perché nel momento del bisogno non possiamo tradire la fiducia che l’animale ha riposto in noi, banalizzando e appiattendo la lunga e profonda esperienza fatta insieme.

Abbiamo detto che il dolore che prova l’animale non è di tipo fisico ma di tipo emozionale. La sua componente emozionale dunque sente, perché, al contrario dei pensieri che servono per ragionare, le emozioni fanno parte del sentire, e poiché negli animali il pensiero non è una delle qualità più spiccate, gli animali non faranno altro che fare quello per il quale sono stati creati: il sentire. Cosa sentono gli animali in questo momento? Sentono se stessi e sentono chi gli sta vicino in quel momento. Sentire se stessi è facile, perché in loro, il sentire se stessi prende il nome di istinto, e cioè per istinto loro sono abituati a lasciarsi morire. Tra gli animali non esiste una mano con una siringa contenente un liquido mortale che subentra nel momento del bisogno per evitare le sofferenze. Non esistono scorciatoie per evitare questo passaggio obbligato.

Dunque l’istinto, agli animali, dice “ora lasciati andare; lascia che quello che deve avvenire avvenga”. Ho visto molti animali selvatici morire e li ho visti sempre morire in pace con se stessi. Nell’ultimo atto la Natura, soprattutto se ci riferiamo ai carnivori, ai predatori come il cane e il gatto, non ha previsto il dolore.
Allora se l’animale prova dolore, e non è dolore fisico, perché come abbiamo visto la soglia del dolore in loro è più alta della nostra, non è dolore emozionale legato all’evento in sé, perché in questo atto, essendo uguale alla nascita e quindi rappresentando la fine di un naturale processo, non è contemplato il dolore, allora mi domando, da dove nasce la possibilità di sperimentare questo dolore?

Nei paragrafi precedenti ho fatto l’esempio dell’arancia. L’animale è un piccolo arancio dentro l’arancio più grande; l’arancio più grande, ovviamente siamo noi. L’arancio più piccolo occupa un posto all’interno dell’arancio più grande. Occupa un posto fisico. Quando l’animale muore questo posto che occupava da molti anni, rimane vuoto. La separazione di questo piccolo arancio, provoca una ferita in noi, che corrisponde al posto occupato precedentemente dall’animale. La ferita provoca dolore. Ovviamente il dolore che noi proviamo non è fisico, ma emozionale.

Accade dunque che prima di arrivare all’evento finale, di solito si passa attraverso a tutta una serie di sforzi terapeutici per tentare di guarire il nostro animale. Questi tentativi possono durare da qualche giorno a parecchie settimane. Durante questo percorso noi speriamo, o addirittura siamo fermamente convinti, che i farmaci che gli stiamo dando svolgeranno il loro compito e l’animale si salverà. Qualche volta questo accade, ovviamente dipende dal problema, altre volte, soprattutto se l’animale è anziano, no.

Esattamente qui sta tutto il nocciolo della questione, l’ago dell’intera sofferenza animale, ovvero se decidiamo di far soffrire il nostro animale, perché non abbiamo compreso quello che sta accadendo, o decidiamo di non farlo soffrire, delegando la nostra libertà interiore a qualche farmaco che impedisce alla nostra interiorità di esercitare la funzione per la quale è nata: sperimentare il mondo emozionale.

Come sempre esiste una terza via ed è la via della sperimentazione cosciente, e cioè sentire quello che sta accadendo, come fanno gli animali, e modificare con amore la rotta. Dal dolore all’accettazione della morte. Questo ci richiede di fare l’animale che vive con noi. Ce lo richiede perché vuole morire serenamente, come la Natura gli ha insegnato a fare, e perché ha delegato a noi la scelta del luogo e del momento più opportuno.

Il più delle volte, però, questa opportunità non gli viene concessa, perché essendo parte di noi, è legato indissolubilmente alle nostre emozioni, alla nostra paura nel vivere il dolore, alla poca fiducia che abbiamo nel donargli il più grande regalo di tutta la sua vita e alla nostra inadeguatezza a vivere consapevolmente tale evento.

La persona deve sentire, come fanno gli animali, quando non c’è più niente da fare, deve sentire che sospendere le terapie è la scelta più consona affinché l’animale possa riacquistare la sua libertà. E per ultimo deve, dentro di sé, trasformare il dolore in ringraziamento. Questo non significa assolutamente reprimere il dolore. Non significa fare finta che non esista o evitare di piangere, perché lui lo sente e dentro di sé sperimenterà una lacerazione incontenibile.

L’animale sente il nostro dolore, e lo accetta, come manifestazione del nostro vissuto emozionale, ma l’animale sente anche il nostro sentimento di ringraziamento, e di questo ha maggiormente bisogno nel vivere questa transizione. Il dolore lo trattiene, il ringraziamento lo lascia andare.

Conclusioni

Come si fa a capire se questa esperienza è stata vissuta secondo una sperimentazione cosciente? Se la persona dice: “Non prenderò mai più un cane (o un gatto), ho sofferto troppo”, vuol dire che si è immedesimata per troppo tempo in questa posizione; per troppo tempo è rimasta fissa sul suo dolore e non ha sentito quello che accadeva intorno a sé.

Nella fase terminale di accompagnamento di un animale verso la morte viene richiesta una certa velocità di elaborazione, una certa duttilità nello sperimentare nuovi passaggi interiori, perché l’animale aspetta che noi li facciamo per morire serenamente. Il tempo e le modalità nelle quali si svolgerà tale evento dipenderanno esclusivamente da noi, dalla nostra abilità nel metterci in gioco.

Penso che per amore nei confronti del nostro animale valga la pena tentare di vincere quelle piccole resistenze che ci ancorano a quel modo di essere che ci tiene lontani dalla dimensione animale nella sua completezza. Penso che per concludere un rapporto d’amore non ci voglia altro che amore e per ringraziare bisogna riconoscere. Per riconoscere bisogna, ancora una volta, amare.

Stefano Cattinelli    link scheda autore

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