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Riflessioni sul rapporto evolutivo uomo-animale

Articolo pubblicato la prima volta nella Newsletter nr.2 di Impronte di luce, maggio 2010

1. Premesse

Anche se non ci pensiamo o non ce ne rendiamo conto, le nostre idee sul mondo, sul significato della vita e su chi siamo noi (insomma, i “massimi sistemi”) influenzano totalmente il modo in cui viviamo il nostro quotidiano. Se siamo convinti di essere delle coscienze in evoluzione che sperimentano la vita di volta in volta in corpi diversi e che sono sostanzialmente parte di un’unica Intelligenza (e se ci crediamo davvero) vivremo molto diversamente da come vivremo se pensiamo di essere solamente un corpo fisico dotato sì di emozioni e di un cervello pensante, ma la cui esistenza è limitata al breve lasso di tempo concesso al corpo fisico stesso.
Che c’entra questo con gli animali? C’entra, perché naturalmente anch’essi fanno parte della nostra visione, del nostro paradigma di vita. Se pensiamo che “dietro” ai nostri quattrozampe c’è un’anima in evoluzione non tanto diversa dalla nostra, solo magari in un momento diverso della propria evoluzione, il nostro modo di relazionarci con loro potrebbe cambiare.

Nella mia visione, il cane (insieme al gatto, ma io qui farò riferimento al cane perché fra i due è quello con cui ho più esperienza nella pratica) rappresenta l’apice evolutivo del regno animale, la specie più vicina all’uomo, l’anello di passaggio tra i due regni. Fra gli animali, è quello che ha sviluppato una più spiccata individualità, una mente più raffinata, fini capacità relazionali con l'uomo, che lo portano a convivere con lui 24 ore su 24. La spiegazione della sua naturale devozione verso l’uomo sta nel fatto che egli lo vede un po’ come il suo prossimo “scalino evolutivo”, un po’ come un uomo potrebbe guardare a un maestro di saggezza.
In questo senso, l’uomo ha la responsabilità di sostenere il cane in tale delicata fase della sua evoluzione, che è, comunque la si interpreti, una fase di allontanamento dalle caratteristiche e dalle leggi tipiche del regno animale per avvicinarsi al “regno umano”. Insomma, il cane sta sempre più abbandonando la "sicurezza" garantita dalle leggi inflessibili della natura e dell'istinto, per avventurarsi nel mondo umano del libero arbitrio e della volontà, con tutti i suoi pro e i suoi contro. Un mondo sconosciuto, dove ha bisogno di una guida più esperta che gli mostri la strada e che, soprattutto, lo preservi dai pericoli e sostituisca la sicurezza delle leggi di natura con la sicurezza del suo affetto, della sua protezione, della sua presenza consapevole e compassionevole. E chi potrebbe essere questa guida, se non l'uomo stesso?

Il cane:

  • Vive essenzialmente sul piano emotivo. Ha un corpo emotivo molto sviluppato e sensibile, non "contenuto" dalle capacità mentali tipiche dell'uomo. Di conseguenza, nulla gli sfugge dell'ambiente emozionale in cui è immerso (determinato dagli esseri umani con cui convive), con il quale si sintonizza spontaneamente, come per osmosi. Ne consegue che, quanto più tranquillo e sereno sarà l'ambiente emozionale in cui l'animale vive, tanto più tranquillo e sicuro di sé si sentirà, riuscendo quindi a far emergere al meglio il suo potenziale.
  • Ha un corpo mentale giovane e le sue capacità mentali sono soprattutto applicate alla risoluzione pratica dei problemi; pur con scarse capacità di astrazione, ha però una mente in evoluzione, che deve – e ama – essere stimolata e allenata; questo può essere fatto garantendogli di poter svolgere attività stimolanti, non solo dal punto di vista fisico, ma anche mentale: variare i giochi, le attività, gli ambienti, la compagnia, ecc. Meglio evitare tuttavia le attività agonistiche per quanto detto al punto precedente: nelle attività agonistiche viene stimolata la competitività dell'umano, la tensione verso la ricerca della vittoria viene assorbita per osmosi dall'animale, che diventa ossessionato dall'attività sportiva in questione, la quale si trasforma in fonte di stress invece che di svago e sviluppo (diventa cioé involutiva invece che evolutiva).
  • Rispetto agli animali selvatici, sta sviluppando una propria individualità: non vede se stesso più come un essere molto simile ad altri all’interno di un branco che è una sorta di corpo unico che si muove all'unisono, bensì come un essere distinto con caratteristiche e qualità uniche, e questo proprio anche grazie al fatto che l'uomo fa di lui un essere unico con un proprio nome e una propria "storia personale", diverse da quelle di ogni altro cane. E l'uomo stesso si fa portatore di questa sua unicità attraverso i ricordi, i pensieri, i moti emozionali che associa proprio a quell'animale e non a un altro e che assumono forte rilievo nella sua vita. Pur essendo naturale portatore delle modalità comunicative tipiche della sua specie, a sua volta ereditate dall'antenato selvatico, il cane apprende, attraverso il rapporto con l'uomo, nuove e diverse capacità comunicative, e spetta naturalmente all'uomo facilitare il più possibile tale comunicazione, da una parte imparando a interpretare il linguaggio naturale del cane, e dall'altra fornendogli nuovi strumenti per comunicare e per interpretare le situazioni ("educare" nel senso più ampio e profondo del termine).
  • In modo più o meno spiccato a seconda delle razze e/o del livello evolutivo individuale, sta abbandonando gli istinti naturali e le leggi proprie del regno animale: sta per esempio abbandonando l’istinto di caccia e sta imparando a non farsi guidare solo dalla paura e dalla spinta verso l'auto-preservazione, bensì anche dalla fiducia nell’uomo (atteggiamento interiore espansivo invece che difensivo). Come detto sopra, la guida dell'uomo si sostituisce alla guida delle leggi di natura.

Ponendo la questione in quest'ottica, si vede che abbiamo fatto un bel "salto quantico" rispetto alla visione comune: l'uomo passa dal ruolo di padrone-proprietario-sfruttatore a quello di guida, protettore, mentore. Il cane passa dal ruolo di docile animale forgiato dalla domesticazione e dalla selezione (e spesso sottomesso da una "educazione" coercitiva), con mansioni di guardia, caccia, difesa, eccetera, al ruolo di compagno di vita a pieno titolo, certo diverso, ma di eguale valore rispetto all'umano (esistono forse anime che valgono più o meno di altre?).

Dalla trasformazione di questi ruoli non ne guadagna, come si vede, solo il cane, ma anche l'uomo. Che sollievo poter passare dal pensare a se stessi come a dei "capibranco" che devono farsi rispettare, a invece delle guide e compagni, fermi e risoluti sì, ma non allo scopo di incutere timore, bensì di infondere fiducia: autorevoli e non autoritari. Potete pensare a voi stessi come a una sorta di "Viirgilio" che scorta il proprio quattrozampe nel corso della sua "visita" al regno umano, spiegandogliene il funzionamento in termini a lui accessibili, proteggendolo dai pericoli che egli non è in grado di comprendere e/o prevedere, essendo per lui un saldo punto di riferimento, mettendolo a contatto con le migliori potenzialità di una mente umana che sia stata resa morbida, accogliente e compassionevole da un lavoro di apertura del cuore che tutti prima o poi siamo tenuti a svolgere, per poter essere dei veri compagni, fino in fondo (e non solo per i nostri animali!).

Nei prossimi articoli inizieremo ad analizzare più in dettaglio alcune delle conseguenze pratiche di questo nuovo, stimolante paradigma.

 

Elena Grassi    link scheda autore

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