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La relazione uomo-animale: una dinamica di crescita comune

Articolo pubblicato sulla rivista Lumen, febbraio 2006

 

Ho osservato che ci sono dei periodi in cui la mia gatta decide di starmi più vicino; ho osservato che questo suo stare al mio fianco mi procura piacere; ho osservato che questi momenti di “appiccicume”, come li chiama mia moglie, dipendono da certe situazioni interiori che sperimento nella mia quotidianità.

Queste mie tre osservazioni, legate solo apparentemente dall’uso sintattico dello stesso verbo, rappresentano tre modi completamente diversi di relazionarsi al mondo manifesto. Nella prima osservazione, attraverso i sensi, la vista in particolare, vedo una gatta la quale, attraverso un certo movimento, indirizza la sua attenzione nei miei confronti. Tale osservazione è un dato oggettivo, nel senso che anche mia moglie osserva la stessa gatta mentre mi punta, con la coda alta, leggermente vibrante, prende leggermente la rincorsa e con un leggero balzo atterra morbidamente sulla mie ginocchia.

Nella seconda osservazione accade però qualcosa di nuovo; quel dato oggettivo si trasforma di colpo in un dato soggettivo perché osservo me stesso in relazione con l’evento. La leggera pressione che quella gatta esercita alternativamente sulle zampe, come se dovesse preparare chissà quale grande pane per dei misteriosi ospiti, procura al mio essere un senso di piacere. Quella delicata gentilezza con la quale compie quel gesto abituale, stimola in me un senso di pace e di amore nei suoi confronti. Mia moglie, che osserva la scena dall’esterno, seduta sul divano di fronte a me, non percepisce quello che percepisco io. La seconda osservazione mi lega indissolubilmente all’evento perché riguarda la mia interiorità; l’osservazione riguarda me stesso in relazione all’oggetto osservato; quali pulsioni interiori l’oggetto provoca in me.

La terza osservazione riguarda la dinamicità dell’evento stesso: con il pensiero posso spaziare e allargare il mio campo d’indagine a tutte le volte che la mia gatta si è avvicinata a me e a tutte le volte che non lo ha fatto. Posso indagare riguardo alle leggi che regolano questo movimento di avvicinamento e di allontanamento; posso lasciare parlare l’evento in sé, e come puro osservatore anelare a comprendere le eterne regole del divenire umano in relazione al regno animale. Come dice Goethe: ”[..] né la bellezza né l’utilità delle piante devono commuovere il vero botanico; egli ha da investigare la loro struttura, il loro rapporto col restante regno vegetale e, come il Sole le ha fatte spuntare e le illumina tutte, così egli, con sguardo equanime e tranquillo, le deve guardare e abbracciare tutte, traendo la norma delle sue cognizioni, i dati del suo giudizio non da se stesso, ma dalla cerchia delle cose osservate”.

Nel tempo, soprattutto dopo che appresi i primi rudimenti dell’antica arte dell’omeopatia, incominciai a osservare quello che accadeva ai miei pazienti. Osservai che l’inizio del rapporto che legava la maggior parte degli animali ai loro “umani” era basato su una scelta affettiva. L’uomo cioè, nello scegliere il suo animale, riversava su di lui un sentimento di amore che lo conduceva a scegliere di condividere un pezzo della sua vita a fianco del suo animale. Un sentimento era dunque il legame principale che univa l’uomo all’animale; non più una mera ricerca di utilità, come una volta, quando l’animale era scelto in base alla sua bravura di cacciatore o di pastore. Un sentimento; al pari del sentimento che l’animale provava per l’umano.

È come se l’uomo, nell’aprire quella porta di casa e nell’accogliere questo suo “fratello minore” avesse detto: ”Prima ti sceglievo perché mi eri utile nell’azione, nel fare quotidiano, eri un sostegno nelle mansioni che dovevo svolgere, ora invece, ho bisogno di te nella mia sfera del sentimento, ho bisogno che mi sostieni lungo il mio cammino emozionale”. Ma il mio mondo emozionale è complesso e variegato; nell’arco di una giornata posso vivere il pianto o il riso, la rabbia o la gioia, la paura, i sensi di colpa e altro ancora e lui, l’animale che vive con me e che si è sintonizzato con la mia scelta iniziale proprio sul piano emozionale, sarà, giocoforza, partecipe di tutto questo. Lo vivrà perché sono io che ho scelto di impostare il mio rapporto con lui secondo un livello emozionale, e lui, anima animale che per definizione “sente”, non farà altro che interagire con me secondo la sua specifica modalità. E dunque non posso pensare che l’animale che vive con me debba darmi solo e semplicemente amore incondizionato, come ci aspettiamo che faccia, e che non viva anche la parte, diciamo passiva, del suo mondo emozionale. La sua anima sperimenta la rabbia e la gioia, la paura, l’angoscia e la felicità allo stesso modo in cui la sperimento io; sarebbe assurdo pretendere che la sua anima rimanga immobile, sintonizzata come una radio, solo e sempre sullo stesso canale. Questo non può essere perché l’anima, per definizione, è movimento: movimento interiore ed esteriore, e l’animale sa benissimo come comunicarci le sue tristezze o le sue gioie attraverso il movimento del suo corpo.

Così, se si continua nell’osservazione, vedremo che la sua anima, l’anima di quella parte del regno animale che ha deciso di condividere un tratto di strada con l’Uomo, ha la capacità di forgiarsi secondo il “suo” punto di riferimento. Per sintonia, per empatia, essendo un’anima ancora giovane, non ancora in grado di agire attraverso il pensiero (in definitiva sta qui la differenza tra noi e loro!) sul proprio vissuto animico, l’anima animale risuonerà dell’interiorità umana; rispecchierà l’interiorità umana, perché se prima, quando era ancora nel mondo selvatico, doveva attenersi ai dettami della Natura, ora invece può liberamente dedicarsi a qualcosa di più variegato e poliedrico quale è l’interiorità dell’Uomo. Ora può, finalmente, imparare a sentire meglio quello che c’è “nell’aria”; a sentire se questo qualcosa, questa emozione che sente, e che tutta la sua anima vive nella sua pienezza, rimane costante o se si modifica. Se il suo punto di riferimento, colui al quale sta dedicando la sua vita, è in grado di insegnarli qualcosa. Se è capace di fargli sentire, attraverso l’uso dell’autocoscienza (che Divinità inimmaginabili dobbiamo sembrare agli animali!), che all’interno di quella modalità emozionale, si può entrare; la si può vedere. Si può perfino starci dentro per il tempo necessario a prenderne confidenza e si può infine venirne fuori trasformati.

E l’animale, quell’anima senziente (per usare un termine amato da Rudolf Steiner e che si riferisce a quella parte dell’anima che sente) che tutto sente e che tutto impara, passivamente, per riflesso, accoglierà nella sua interiorità il messaggio che la trasformazione è possibile, che l’allontanamento dai determinismi di natura non significa necessariamente essere in balia della propria interiorità ma che, al contrario, implica la possibilità di agire attivamente sugli istinti più bassi, quelli che, non casualmente, definiamo animali, su quegli istinti dai quali l’Uomo, con grande fatica, dovrebbe anch’egli allontanarsi.

L’anima animale gioisce del rapporto con il suo Umano solo se da questo rapporto ne esce arricchita; solo se non gli viene richiesto di svolgere sempre e comunque il ruolo di sostegno emozionale, di colui al quale si possono affidare, senza troppo pensare, le nostre angosce e le nostre tristezze metropolitane. Lei lo fa di buon grado, questo è vero; per amore dell’Evoluzione sta al nostro fianco e con il suo modo di fare discreto ed esente da alcun giudizio, ci sostiene fino alla sua morte. Ma che rapporto diverso sarebbe se potesse imparare che le proprie dinamiche interiori si possono, in certa misura, modificare e guarire.
E già……anche per lei sarebbe diverso.
Anche per lei sarebbe una vera e propria guarigione.

Stefano Cattinelli    link scheda autore

www.stefanocattinelli.it

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