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Cure terminali per gli animali

riflessioni post-conferenza

Pubblicato dalla rivista "Journal of the American Holistic Veterinary Medical Association ", luglio-settembre 2008, Vol. 27 n. 2, pg. 25-28

(n.d.t. Nella lettura si tenga conto che l'articolo è scritto da una veterinaria e rivolto alla professione veterinaria)

Il primo Simposio Internazionale sull'Assistenza Terminale in Veterinaria si è tenuto nei giorni 28-30 marzo 2008 presso la Davis School of Veterinary Practice dell'Università della California, a Davis, in California. Si è trattato della concretizzazione di un sogno che Kathryn Marocchino aveva coltivato per dodici anni: avviare lo scambio professionale sull'assistenza agli animali nella fase terminale della loro vita. La Nikki Hospice Foundation for Pets di Kathryn Marocchino ha co-sponsorizzato l'evento insieme a Jeri Ryan, PhD, dell'istituto Assisi International Animal Institute.

Questo primo evento annuale ha attirato 135 persone di diversa professionalità ed esperienza. Erano presenti veterinari e tecnici di veterinaria, ma anche personale universitario e studenti di medicina veterinaria. Il simposio ha richiamato anche lavoratori e volontari nell'ambito dell'hospice per umani, pet sitter, comunicatori telepatici e counselor attivi nel sostegno al lutto per la perdita di un animale, nonché rappresentanti di diversi santuari per animali, associazioni per la protezione degli animali e la ASPCA (Società Americana per la Prevenzione delle Crudeltà sugli Animali). Ultimi ma non meno importanti, fra il pubblico vi erano anche semplici amanti degli animali interessati ad avere a diposizione servizi di assistenza terminale per i loro amici a quattro zampe.

foto simposio

Gli interventi che si sono succeduti nel corso dei tre giorni riflettevano l'ampio spettro di interpretazioni di cosa significhi offrire assistenza terminale agli animali. Questa conferenza rappresenta una pietra miliare storica, poiché nella pratica veterinaria comune il termine "hospice" spesso non viene per nulla utilizzato, e tanto meno lo sono la sua filosofia e la sua pratica, in quanto l'assistenza terminale viene generalmente ignorata nelle facoltà di veterinaria e nelle scuole per tecnici veterinari. L'unica eccezione che emerge è quella dell'Università Statale del Colorado, che ha un programma che offre visite a domicilio per coloro che desiderano dare assistenza terminale al proprio animale e sono abbastanza fortunati da abitare entro 30 minuti di distanza dall'università.

All'opposto, hotline telefoniche e gruppi di sostegno per chi perde un animale sono ormai ampiamente diffusi (negli USA, n.d.t.), a dimostrazione del forte bisogno espresso dai cittadini amanti degli animali di ricevere un sostegno nel momento in cui si trovano ad affrontare la sfida della fine della vita di un compagno animale.

Il termine "hospice per animali" è stato utilizzato in molti modi, e nella nostra professione, dobbiamo ancora decidere che cosa davvero significhi. Non è inusuale che i veterinari parlino di "hospice" quando offrono visite a domicilio per animali anziani o con malattie terminali, pur generalmente assumendo che a un certo punto si ricorrerà all'eutanasia per porre fine alla vita dell'animale. Alcune cliniche specializzate in diversi rami della medicina veterinaria quando parlano di "hospice" intendono dire che si prendono cura dell'animale con malattie terminali fino al momento dell'ultima iniezione. Alcuni chiamano "hospice" l'offerta di assistenza psicologica per il custode dell'animale. E poi ci sono quelli che mirano a sostenere l'animale fino alla fine della sua vita in modo simile a quanto si fa nell'assistenza terminale agli esseri umani.

Un vuoto nello standard offerto

La tendenza, nella nostra società, è di proteggere i nostri amici animali dalla sofferenza, e alla morte è stata assegnata una pessima reputazione, piena di una pesante carica emotiva. Di conseguenza l'eutanasia, che una volta era considerata davvero l'ultima risorsa, è diventata una procedura standard al termine della vita dell'animale. Allo stesso tempo, viene riconosciuto che il legame uomo-animale si è evoluto a tal punto che i nostri compagni animali hanno raggiunto lo status di membri della famiglia.

Per questo motivo si apre un ampio vuoto nelle cure offerte agli animali alla fine della vita. Mentre le tecnologie mediche continuano ad evolversi, diventa importante informare i clienti quando interventi eroici potrebbero non essere più nel migliore interesse dei loro animali. E proprio come normalmente non sopprimiamo con l'eutanasia i membri umani della nostra famiglia, vi sono custodi di animali che desiderano permettere al loro beniamino di trapassare secondo i propri tempi, se una morte serena sembra a portata di mano. Ci sono però buone probabilità che il veterinario li sproni verso un'altra direzione, con un intervento che parte dall'esercitare "solamente" una pressione emozionale, passa per l'offrire un parere professionale ma decisamente unilaterale, per il declinare l'offerta di ulteriori cure palliative, arrivando persino ad impedire al custode di abbandonare la clinica portando con sé il proprio animale vivo.

Non stiamo qui parlando di casi in cui l'animale si trovi in una condizione di forte sofferenza fisica. Stiamo parlando di veterinari che privano i clienti del loro diritto fondamentale di scegliere ciò che ritengono meglio per l'animale di cui si sono presi cura per tutta la vita. Pensate forse che non potreste mai fare una cosa del genere? Tuttavia magari in passato ci è successo di affrettare senza necessità la morte di un animale perché non sapevamo che esistessero altre opzioni per assisterlo e il suo proprietario non si è sentito sufficientemente sostenuto nel prendersi cura di lui. Anche se cerchiamo di comunicare con gentilezza e compassione, come si fa a scegliere quale direzione prendere, se viene offerta solo una strada a senso unico?

Quei clienti che riescono a opporre resistenza all'"invito" e tornano a casa col proprio animale vivo, scopriranno che mancano quasi totalmente informazioni scritte cui fare affidamento e che i loro parenti e amici inizieranno probabilmente presto a recitare la tiritera "Non pensi che sia giunta l'ora?", anche quando l'animale sembra a proprio agio. Ciò che viene ripetuto non diventa per questo più vero, ma questa crescente pressione in un momento di estrema vulnerabilità può facilmente alimentare i dubbi nutriti dal custode dell'animale riguardo alla propria percezione personale che l'animale, proprio come la maggior parte dei nostri cari in forma umana, preferisca vivere la sua vita fino in fondo, anche se questo comporta una certa dose di disagio.

Il parallelo con l'hospice per umani

L'assistenza terminale umana è relativamente giovane, tuttavia, dato che risponde a un bisogno davvero essenziale, si è sviluppata molto rapidamente nel corso di una storia che dura solo da 40 anni circa. La sua forza e la sua efficacia sono dovute a un approccio multidisciplinare di squadra che copre un territorio nettamente distinto da ciò che i medici sono preparati ad affrontare. L'assistenza terminale riconosce che il morire è molto più di un evento medico, offrendo sostegno in molti modi pratici ma specificatamente rispondendo a quegli aspetti emozionali, psicosociali e spirituali che emergono in chi si prende cura del malato.

Guy Hancock, medico veterinario, master in scienze dell'educazione, ex direttore del Programma di Tecnologia Veterinaria presso il College di St. Petersburg, Florida, è stato membro dei direttivi di diversi programmi di assistenza terminale per umani e vuole incoraggiare la comunità veterinaria a «evitare di ripetere gli errori fatti dalla professione medica... L'hospice umano è ormai quasi pienamente inserito nel sistema, ma ci sono voluti 40 anni». Riconoscendo la tendenza dei veterinari a focalizzarsi solo sui bisogni di ordine medico, Hancock sottolinea: «Ho sviluppato questa visione: gli aspetti medici e infermieristici servono come base per permettere l'intervento degli altri due, ovvero la componente psicosociale e spirituale (dell'assistenza terminale), che sono in realtà i più importanti.»

In qualità di veterinari, ci siamo sempre concentrati quasi esclusivamente sull'aspetto medico, e già afferrare il valore delle cure palliative e riconoscere quando è ora di smettere di fare diagnosi può davvero diventare una "missione impossibile". Di fatto, persino quelle brevissime e generali linee guida dell'AVMA (American Veterinary Medical Association, Associazione dei Veterinari Americani), sono state stese su richiesta di Kathryn Marocchino nel 2001, e la revisione del 2007 è una copia esatta della versione originale.

Rivalutare il piano di cura

Eric Clough, veterinario, uno dei principali pionieri dell'assistenza terminale in veterinaria, insieme a sua moglie Jane Clough, laureata, infermiera professionista, promuove la riduzione, e persino l'eliminazione, di «test e trattamenti futili». Clough ha distillato, dalla sua esperienza lavorativa, una semplice direttiva: «Dobbiamo lavorare per favorire la comprensione di clienti e veterinari, in modo che, di fronte a un trattamento o a una procedura da attuare in fase terminale, essi automaticamente pensino e chiedano:

  • farà una qualche differenza? (per esempio il conoscere il risultato di un test)
  • cambierà il risultato?
  • causerà dolore?

Se le risposte NON sono: sì, sì e no, allora dobbiamo frenarci dall'offrirle se siamo veterinari o rifiutare di accettarle se siamo proprietari».

Anche nel caso in cui si sia superato l'ostacolo di riconoscere una condizione come terminale e si siano avviate le cure palliative, alcuni veterinari trovano difficile includere nella loro pratica tutti gli aspetti dell'assistenza che sono compresi nell'hospice umano. Ma perché cercare di inventare di nuovo la ruota? Possiamo esaminare ciò che i nostri colleghi del campo umano hanno imparato nel corso degli anni. Nella sua concezione originaria: «L'hospice non affretta né rallenta la morte. L'obiettivo è di alleviare e recare sollievo al disagio del paziente e sostenere la famiglia nel prendersi cura del proprio caro morente. Esso provvede ai bisogni fisici, psicologici, sociali e spirituali dell'intera famiglia, rimanendo sensibile ai valori e alle credenze dei singoli individui». (Hospice Center Bend-La Pine, Oregon)

Abbracciare il processo di morte

Potremmo avere la sensazione che il valore dell'eutanasia venga messo in discussione se ci viene chiesto di far sì che questa rappresenti semplicemente un'opzione e non la soluzione di default. Il termine "morte naturale" – utilizzato per indicare che l'eutanasia non è necessariamente il risultato finale dell'assistenza terminale o che l'animale è trapassato autonomamente – solleva in alcuni la preoccupazione che l'animale venga lasciato a morire in solitudine. Nello sviluppare la nostra terminologia, è importante tenere in mente che il punto della discussione non risiede nel fare in modo che l'eutanasia non venga più utilizzata. Si tratta piuttosto di espandere la nostra prospettiva in modo da poter riconoscere ed offrire opzioni diverse dall'eutanasia. E per quanto riguarda gli aspetti medici e infermieristici, le cure palliative sono, in molti casi, tutto ciò che è necessario.

Ci ha fatto davvero riflettere quando, durante il simposio, un collega veterinario ha posto la pregnante domanda di quanti tra i veterinari presenti avessero mai realmente visto un animale morire da sé, e solo una manciata di persone ha risposto affermativamente.

Ed è stato altamente significativo, al termine delle prime due giornate di discussione, vedere una coraggiosa partecipante al simposio affermare cautamente che pensava di essere venuta a una conferenza sull'hospice per gli animali ma che non ne era più tanto sicura dopo aver ascoltato così tante presentazioni con una così forte enfasi sull'eutanasia. Sono stati in molti – sia tra i professionisti che tra la gente comune – a rispecchiarsi nelle sue parole. E sì, perché mai un cliente dovrebbe essere necessariamente induista o buddista perché il suo desiderio di non ricorrere all'eutanasia venga preso seriamente e perché gli vengano offerte delle altre opzioni? Molti altri, fra i presenti, percepivano che si stava equiparando l'assistenza terminale a qualcosa che generalmente comprendeva l'eutanasia in un momento o nell'altro. E qualcuno, prima di partecipare all'evento, non aveva mai nemmeno pensato che l'hospice potesse esser qualcosa atto a fornire un opportuno sostegno durante il naturale processo di morte. In questo momento storico, è persino difficile trovare dei relatori che abbiano esperienza in questo campo, poiché si tratta semplicemente di una cosa scarsamente diffusa.

Imparare a conoscere i bisogni speciali intrinseci all'assistenza terminale veterinaria non significa rinunciare alla disponibilità dell'eutanasia, poiché questa rimane sempre un'opzione. Fortunatamente, non ci troviamo in una situazione "o tutto o niente", ma l'eutanasia non deve essere l'unica "modalità di trattamento" o l'unica opzione per "offrire conforto", solo perché un animale ha in corso una malattia che limita la vita. Non esiste un'unica soluzione "taglia unica" per alleviare la potenziale sofferenza che tanto ci preoccupa. È giunta l'ora per indagare come utilizzare i continui progressi medici per sostenere i bisogni associati con il processo di morte e spostare il focus della nostra professione dal "quando" fare l'eutanasia al "se" fare l'eutanasia.

La sofferenza e il desiderio di vivere

Prendere in considerazione il desiderio di vivere dell'animale nel momento in cui si valuta l'opzione dell'eutanasia non dovrebbe essere un'idea innovativa, anche se è qualcosa che sfugge a una misurazione lineare. Forse abbiamo anche stabilito che cosa sia una sufficiente qualità di vita per un animale, ma senza una solida comprensione del processo naturale del morire, siamo destinati a farci sfuggire quali elementi possano essere parte di un trapasso pacifico.

Forse ci preoccupiamo che, se la morte naturale diventa più accettata, gli animali finiscano per soffrire. Tuttavia, questo modo di vedere ci si può rivoltare contro se gli permettiamo di impedirci di imparare cosa sia l'hospice per gli animali e di iniziare ad offrirlo. È già una dura realtà il fatto che davvero alcuni animali finiscono per soffrire più del necessario perchè i loro custodi non osano più chiamare il veterinario, perché tutto ciò che si aspettano di sentirsi dire è che dovrebbero sopprimere il loro amico. Se non rivalutiamo il nostro approccio, l'eutanasia potrebbe finire per avere una cattiva reputazione. Non la merita, e nemmeno la merita il morire.

La paura non è mai stata una saggia guida, e guardare con grande onestà nei nostri cuori per identificare e affrontare le nostre personali tematiche relative al morire, o al morire in "circostanze indesiderabili", è il primo grande passo per arrivare a scoprire che cosa guidi le nostre azioni, aldilà dell'influenza determinata dalla società. Potremmo scoprire che offrire assistenza terminale agli animali può essere profondamente appagante, nonostante tutte le sfide che può portare con sé, che può migliorare la relazione fra uomini e animali e che può notevolmente ridurre l'intensità del lutto.

Morire fa parte della vita

Se "olistico" significa "che considera l'intero", allora aprirsi a quella fase della vita chiamata morte, imparare a conoscere le fasi del processo di morte e cosa sia l'assistenza terminale, diventa essenziale alla pratica della medicina veterinaria olistica.

L'autrice vorrebbe proporre all'AHVMA (Associazione Americana dei Veterinari Olistici), in qualità di organizzazione leader nella rappresentanza della medicina veterinaria olistica, di contribuire a colmare il vuoto presente nella nostra formazione professionale. Un grande passo sarebbe quello di offrire un'introduzione all'hospice per gli animali all'interno della sezione base introduttiva di ogni conferenza annuale, e ospitare interventi più approfonditi nelle sezioni avanzate. È essenziale che l'offerta educativa sia continua e non sporadica.

Il Secondo Simposio Internazionale per l'Assistenza Terminale in Veterinaria è programmato per il 5-7 settembre 2009. La data verrà annunciata ufficialmente su www.pethospice.org e www.spiritsintransition.org. Siete invitati a parteciparvi e a diffondere tale invito.

Come professione, abbiamo molto da fare in termini di assistenza terminale agli animali, ma possiamo cominciare da dove siamo ora. Fortunatamente, il dialogo è stato avviato tra i colleghi e tra coloro con cui possiamo collaborare o che possiamo servire in questo lavoro sacro. Offriamo immensa gratitudine a te, Kathryn Marocchino, per la tua instancabile determinazione a far sì che l'assistenza terminale per gli animali si diffonda sempre di più. Grazie al micio Nikki per essere la costante ispirazione di Kathryn. La tua dipartira sarebbe potuta essere più dolce, ma c'è una promessa: lavoreremo insieme per porre le domande più profonde e per esplorare le risposte, in modo da poter soddisfare i bisogni tanto degli animali quanto dei loro cari umani, attraverso tutte le stagioni della vita.

Possiamo fare di ogni momento un'opportunità per cambiare e per prepararci, con tutto il cuore, con precisione e con pace mentale, per la morte e per l'eternità.

Sogyal Rinpoche
Il libro tibetano del vivere e del morire

Ella Bittel   link scheda autore
(traduzione di Elena Grassi)

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