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Un nuovo modello etico per la ricerca sui tumori

Articolo di Lorenzo Fabbri

Ogni settimana, o forse meno, qualche testata giornalistica pubblica un articolo a carattere più o meno scientifico circa la scoperta di un qualche bersaglio terapeutico che porterà benefici incalcolabili alla salute dell’uomo. Molto spesso si parla di tumori.

Non è una novità. Basta leggere, per esempio, il libro del Prof. Gianni Tamino “Cancro: un male evitabile” per rendersi conto che questi articoli sono una costante da ormai tanti anni. Si potrebbe pensare che queste notizie sensazionalistiche appaiano solo sui giornali che hanno bisogno di attrarre l’attenzione del lettore, ma non sempre è così. Nel suo libro, Tamino riporta diversi esempi di questa tipologia di notizie anche su riviste a carattere scientifico.
Purtroppo il cancro, insieme a tante altre malattie, sta ancora mietendo vittime.

Al 2012, la sopravvivenza ai 5 anni è circa del 67% (American Cancer Society 2012). Se si considera che nel 1971 era del 50%, si potrebbe essere indotti a considerare la ricerca oncologica di questi anni un grande successo. Purtroppo bisogna tenere in considerazione il fatto che molte tipologie di cancro oggi vengono diagnosticate molto più precocemente grazie ai vari metodi di screening. Inoltre, molte lesioni pre-cancerose, che probabilmente non svilupperebbero mai in un vero e proprio tumore, sono anch’esse diagnosticate e inserite nelle varie statistiche di sopravvivenza (Greek 2013). Alla luce di tutto ciò, ben pochi sono stati i progressi effettuati dalla proclamazione di Guerra al Cancro del 1971.

Un ruolo fondamentale in tale evidente fallimento lo ha ricoperto il modello animale. La disponibilità di modelli animali predittivi nella fase preclinica, quindi prima di testare una molecola sull’uomo, rappresenta una sfida ardua (Uva et al. 2009). I modelli murini in vivo, anche se ampiamente utilizzati e considerati affidabili, si sono dimostrati essere inefficaci nel riassumere le caratteristiche essenziali del tumore umano. Diversi fattori molecolari e fisiologici, nel loro complesso, si traducono in un modello che non è in grado di descrivere in modo efficace la patogenesi e la progressione del tumore nell’uomo e quindi il suo utilizzo rappresenta un grande ostacolo nell’identificazione di agenti terapeutici e di prevenzione.

Il tentativo di umanizzare i vari modelli animali non tiene in considerazione che l’uomo, così come le altre specie animali, è un sistema estremamente complesso e alterazioni a livello subcellulare determinano grandi cambiamenti a livello di tessuti, organi, etc. (Greek 2013).

Per questi e tanti altri motivi non sorprende che alcuni ricercatori abbiano cercato vie alternative per poter studiare il tumore nell’uomo, come ad esempio la possibilità di studiare i tumori che si sviluppano spontaneamente negli animali domestici. Fattori ambientali, nutritivi, di età e sesso, e di riproduzione che portano allo sviluppo del tumore sono simili nei cani e nell’uomo. Le formazioni neoplastiche condividono similarità a livello istologico, genetico, biologico e molecolare (Gordon et al. 2009). Gli animali domestici condividono lo stesso ambiente e pertanto sono esposti alle stesse sostanze cancerogene. Inoltre, come nell’uomo, età, obesità e dieta rappresentano fattori di rischio per lo sviluppo di determinati tumori (Uva et al. 2009).

Diversi studi sono stati fatti per verificare le similarità tra queste due specie. Uno di questi ha condotto un’analisi genomica dei cambiamenti trascrizionali che si verificano nel tumore alla mammella nel cane. I dati ottenuti hanno portato gli autori alla conclusione che il cane mostra gli stessi cambiamenti, anche a livello dei network trascrizionali (ovvero la rete che descrive le interazioni tra molecole chiamate RNA messaggeri, le quali sono portatrici dell’informazione codificata dal DNA). Purtroppo, così come in altri studi, anche questo considera il cane ancora alla stregua di un modello che ci permette di conoscere meglio il tumore dell’uomo: non oggetto di cure che potrebbero portare beneficio anche alla salute umana, ma solo un mezzo senza diritti che spesso viene trattato come fosse incapace di provare paura e dolore.

Va ovviamente tenuto in considerazione il fatto che chi possiede un animale domestico è altamente motivato a cercare trattamenti, anche sperimentali, per la cura del tumore (Gordon et al 2009).

Fortunatamente, diversi ricercatori si stanno rendendo conto che la strada fin qui percorsa non ha portato ai risultati aspettati. Sempre fortunatamente, alcuni di questi si sono resi conto che il modo migliore potrebbe essere quello di rincominciare da capo. L’ “uso” degli animali domestici (che come l’uomo, si ammalano di cancro) per poter fare progressi nell’ambito della ricerca oncologica, sia umana ma ovviamente anche animale, può essere effettuato in modo etico, senza considerare l’animale come un modello sperimentale. Uno studio del 2015 ha investigato le similarità fra il carcinoma mammario umano e canino (Severe et al. 2015). Si ritiene che diversi fattori ambientali contribuiscano in modo significativo alla patogenesi di questo tumore. Lo scopo dello studio era di quello di valutare come l’esposizione dell’animale da compagnia a sostanze chimiche come i POP (gli inquinanti organici persistenti, ovvero tutte quelle sostanze resistenti alla decomposizione e che possono risultare molto tossiche) possa aiutare a studiare l’associazione esposizione-cancro nell’uomo. In questo caso, campioni di tessuto adiposo sono stati ottenuti durante le normali procedure di intervento chirurgico col permesso dei padroni.

Gran parte dei fondi stanziati per la ricerca è destinato a sovvenzionare studi che possano portare allo sviluppo di un farmaco, a partire dalla ricerca di base (2013 NCI Fact Book). Poco si sta facendo per la prevenzione del tumore, anche se le cose potrebbero cambiare (2016 NCI Budget Plan). Considerando poi il fatto che la maggior parte dei tumori è prevenibile ma l’uomo continua a pensare che la soluzione ad ogni male sia il famoso magic bullet che prima o poi arriverà, bisognerebbe anche chiedersi se sia legittimo investire tanti soldi e vite animali in questo processo senza fine.

 

 

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